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Il
risorto e il più umano dei segni
padre Ermes Ronchi (03-05-2003)
Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Com'è difficile
credere! Sorgono dubbi. Sgorga una gioia che pare eccessiva: troppo bello
per essere vero! Non basta nemmeno il cuore che balza in petto. Questa
straordinaria avventura di stupore e di esitazione da allora non si è più
fermata ed ha preso anche me e la mia fede. «Non sono un fantasma»,
dice Gesù: non sono l'illusione di un dormiente o un sogno ad occhi aperti;
non sono un mantello di parole pieno solo di vento. Io ho vita piena:
guardate! vedete! toccate! mangiamo insieme!
Gli
apostoli si arrendono
non alla gioia, non alla visione, non ai racconti e alle profezie, ma
ad una porzione di pesce arrostito, al più semplice dei segni, al più umano
e primitivo bisogno del corpo.
Signore così umile che ti avvicini a questi nostri sensi, che ti fai piccolo
e concreto perché ti possiamo toccare; che rinunci ai segni prodigiosi
proprio per questo, perché vuoi venire più vicino, essere il più familiare
possibile! Gli apostoli, segnati per sempre dal segno fra tutti il più umile
e quotidiano, lo daranno come prova: noi abbiamo mangiato con lui dopo la
sua risurrezione (At 10,41).
Mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di
un legame rifatto, di una comunione ritrovata che tiene insieme le vite.
Quel lamento – non sono un fantasma – arriva fino a me. Chi sei,
Signore? Un'emozione occasionale, un gioco d'ombre sul muro della vita, un
mito, pur magnifico e necessario, un rito settimanale, poco più che un
fantasma? No, Cristo è il presente e il futuro della mia carne, vita della
mia vita; piccola porzione di pesce; concreto punto nella storia e nello
spazio, ma che si dilata e mi coinvolge.
Non è un fantasma, ma parola come spada, svela e apre la vita; pane e vino
che bastano ai giorni: vive in me, mi chiama, si dilata dentro, piange le
mie lacrime e sorride come nessuno. Talvolta vive al posto mio e cose più
grandi di me mi accadono. Forse tutto è più grande di me. E si fa pace (pace
a voi!) che non merito, più grande di ogni mio diritto; e si fa intelligenza
che io non ho conquistato (svelò loro il senso delle scritture e della
vita); e si fa orizzonte e strada e passi d'amico lungo il cammino.
Vorrei oggi ripartire, come i due di Emmaus, alla ricerca della carne di
Cristo. E so che Cristo è sparpagliato nella carne del mondo, un Dio vestito
di umanità, e tutti i nostri volti insieme fanno il suo unico volto.
L'umanità è il corpo di Dio. Vicinissima a te è la sua carne; affidata a te,
in tutti i membri della Chiesa e dell'umanità, i più poveri e sofferenti: là
le tue mani possono ancora toccarlo e accarezzarlo, per far sì che non sia
più vero il lamento di Cristo: non sono un fantasma, io ho carne e ossa,
toccatemi! E siate testimoni. |