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 Nella fragilità di Dio il segreto della vita

padre Ermes Ronchi  (25-05-2008)   

Una parola scorre sotto tutte le parole di Gesù, come una corrente sotterranea, una nervatura delle pagine: «vita». Che hai a che fare con me, o carne e sangue di Cristo? La risposta è una pretesa perfino eccessiva, perfino sconcertante: io faccio vivere! Incalzante certezza da parte di Gesù di possedere qualcosa che inverte il corso della vita, orientandola non più alla morte ma all'eternità.
La sorpresa è che Gesù non dice: «Prendete di me la mia sapienza». Non dice: «Bevete la mia innocenza, mangiate la santità, la divinità, il sublime che è in me, la giustizia assoluta, la potenza illimitata». Dice invece: «Prendete la fragilità, la debolezza, la precarietà, il dolore, l'intensità di questa mia vita». Il mio Dio è così, conosce i sentimenti, sa la paura e il desiderio, ha pianto, ha gridato i suoi perché al cielo, è stato rifiutato dalla terra. Per questa sua fragilità è il Dio per l'uomo, con il suo dolore è il Dio per la vita mia fatta di germogli amari.
Quasi un Dio minore, ma è solo così che diventa il «mio» Dio. Non si può giungere alla divinità di Cristo se non passando per la sua umanità, carne e sangue, corpo in cui è detto il cuore, mani che impastano polvere e saliva sugli occhi del cieco, lacrime per l'amico, passioni e abbracci, i piedi intrisi di nardo, la casa che si riempie di profumo e di amicizia, e la croce di sangue.
I verbi ripetuti quasi in una incantatoria monotonia – mangiare, bere – sono innanzitutto il linguaggio della liturgia del vivere, di una Eucaristia esistenziale, della comunione totale con Cristo. «Nella comunione il cuore assorbe il Signore e il Signore assorbe il cuore, così i due diventano una cosa sola» (Giovanni Crisostomo). E tu sei fatto vangelo. E se sei fatto vangelo senti la certezza che l'amore è più vero dell'egoismo, la pietà più umana del potere, il dono più divino dell'accumulo.

Io mangio e bevo il mio Signore, quando assimilo il nocciolo vivo e appassionato della esistenza di Gesù e mi innesto sul suo tronco che è il suo modo di vivere. Chi fa proprio il segreto di Cristo, costui trova il segreto della vita. A questo mi conduce l'Eucaristia domenicale, dove il sublime confina con il quotidiano, l'infinito con il perimetro fragile del pane e del vino, là Dio è vicino a me che temo la solitudine e il dolore. Se solo lo accolgo, trovo il segreto della vita. 

 Persi nel deserto, è l'altro il nostro pane.
padre Ermes Ronchi (02-06-2002) 

Il nucleo essenziale del Vangelo oggi è racchiuso in due sole parole: pane e vita, mangiare e vivere. Vivere, canto supremo dell'essere, grido ultimo d'ogni salmo; vivere per sempre, vertigine della speranza. Ma il vangelo pone una domanda: che cosa ti fa' vivere? Io vivo di persone. Vivo di progetti e di appelli, di passioni e di talenti. Vivo di terra, che ci sostenta e governa (S. Francesco). Ma io vivo soprattutto delle mie sorgenti, come accade per ogni fiume, come per ogni albero stretto alle sue radici. L'uomo non vive di solo pane. Anzi, di solo pane l'uomo muore. Ma  vive di quanto esce dalla bocca di Dio. Io vivo di un Altro! Dalla bocca di Dio vengono parole che creano luce acqua terra vento. Viene il cosmo, viene l'alito di vita che fa di un grumo di polvere una persona vivente. Dalla bocca di Dio vengono i miei fratelli che sono parola di Dio, respiro di Dio; viene il bacio d'amore con cui inizia e finisce la vita. È questa la mia sorgente. Che cosa farò? La prima lettura mi soccorre: ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere.
Ricordati
, perchè l'oblio è la radice di tutti i mali.
Ricordati del cammino
, cioè delle sorgenti e poi del salire, del fiorire, del crescere. Ricordati del vento delle piste, di quanto era bello avere l'anima affaticata dal richiamo di cose lontane. Ricordati che essere uomo-con-Dio è il contrario dello smarrirsi fra le dune. E di tutta la manna scesa all'improvviso quando non l'aspettavi più. Tutti potremmo raccontare del nostro viaggio nella vita non soltanto gli scorpioni o i serpenti, ma l'acqua scaturita un giorno all'improvviso quando, disperati, credevamo di non farcela e dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Improvvisi squarci si sono aperti a ricordarci che non viviamo da soli, chiusi nel cerchio tragico dei nostri problemi, ma che c'è un amore che assedia i confini della storia. Se sono sopravissuto, se non sono diventato io stesso un deserto, terra spenta e inospitale, lo devo a un Altro. Io vivo di Dio. Ricordare è dialogare con la mia storia, rimanere con la mia sorgente. Allora in ogni messa, con in mano quel piccolo pane, con nel cuore un episodio santo, dialogare senza fine, come Israele di fronte alla manna: man hu? Che cos'è? È Dio in cerca della fame e della sete dell'uomo. Che cos'è? È Gesù Cristo, fame d'altro per chi è sazio di solo pane. Che cos'è? È Lui che vive donandosi, a me che vivo di pane e di miracolo.