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In quel Pane l'amore cerca
casa.
Da molti anni faccio la comunione, camminando distratto verso l'altare,
distratto nella vita. Eppure Cristo non si nega. Sono inaffidabile, mi
circondo di opere vuote, e Dio non si nega. Sull'altare c'è un piccolo pane
bianco, che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio. Che cosa
mi può dare questo po' di pane, lieve come un'ala, povero come un boccone
così piccolo da non saziare neppure il più piccolo bambino? Per un istante
almeno mi affaccio sull'enormità di ciò che mi sta accadendo: Dio che mi
cerca, Dio in cammino verso di me, Dio che è arrivato, che assedia i dubbi
del cuore, che entra, che trova casa. La mia processione verso l'altare è
solo un pallido simbolo della sua eterna processione verso l'uomo, verso di
me. L'amore cerca casa. La comunione, più che un mio bisogno, è un bisogno
di Dio. Sono colmo di Dio. E non riesco a dire parole. Anzi, mi accorgo che
non ho doni da offrire, non ho primizie o progetti alti, non coraggio: sono
solo un uomo con la sua storia accidentata, che ha bisogno di cure, con
deserti e qualche oasi. Ma dentro qualcosa si apre, perché vi si depositi
l'orma lieve di Dio. Faccio la comunione e Dio mi abita, sono la sua casa. E
non riesco a dire parole. Quello che mi appare incredibile è che Dio si
accontenta di quel groviglio di paure, di quel nodo di desideri che io sono.
Gli vado bene anche solo per questo inizio di comunione che si apre in me. E
cerco di spremere pensieri e parole da dedicargli. Ma quanto poco esce dalle
pieghe dure dell'anima! Finisco per dedicargli il silenzio. Come se dicessi:
«Eccomi, non ho nulla degno di un Dio. E tu dovresti lasciarmi, sceglierti
qualcun altra, tu che sei così grande. Dovresti andartene, Signore». Ma Lui
non mi ha mai lasciato. Mai siamo stati lasciati. |