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In quel Pane l'amore cerca casa.
padre Ermes Ronchi

 Da molti anni faccio la comunione, camminando distratto verso l'altare, distratto nella vita. Eppure Cristo non si nega. Sono inaffidabile, mi circondo di opere vuote, e Dio non si nega. Sull'altare c'è un piccolo pane bianco, che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio. Che cosa mi può dare questo po' di pane, lieve come un'ala, povero come un boccone così piccolo da non saziare neppure il più piccolo bambino? Per un istante almeno mi affaccio sull'enormità di ciò che mi sta accadendo: Dio che mi cerca, Dio in cammino verso di me, Dio che è arrivato, che assedia i dubbi del cuore, che entra, che trova casa. La mia processione verso l'altare è solo un pallido simbolo della sua eterna processione verso l'uomo, verso di me. L'amore cerca casa. La comunione, più che un mio bisogno, è un bisogno di Dio. Sono colmo di Dio. E non riesco a dire parole. Anzi, mi accorgo che non ho doni da offrire, non ho primizie o progetti alti, non coraggio: sono solo un uomo con la sua storia accidentata, che ha bisogno di cure, con deserti e qualche oasi. Ma dentro qualcosa si apre, perché vi si depositi l'orma lieve di Dio. Faccio la comunione e Dio mi abita, sono la sua casa. E non riesco a dire parole. Quello che mi appare incredibile è che Dio si accontenta di quel groviglio di paure, di quel nodo di desideri che io sono. Gli vado bene anche solo per questo inizio di comunione che si apre in me. E cerco di spremere pensieri e parole da dedicargli. Ma quanto poco esce dalle pieghe dure dell'anima! Finisco per dedicargli il silenzio. Come se dicessi: «Eccomi, non ho nulla degno di un Dio. E tu dovresti lasciarmi, sceglierti qualcun altra, tu che sei così grande. Dovresti andartene, Signore». Ma Lui non mi ha mai lasciato. Mai siamo stati lasciati.
Prendete, questo è il mio corpo. Prendete, questo è il mio sangue, alleanza per molti
. Mangiare e bere il corpo e il sangue del Signore significa fare propria l'intera vicenda di Cristo, cogliere il suo segreto vitale, appropriarsi del nucleo incandescente. Quando Gesù ci dà il suo sangue (il sangue che si dirama per tutto il corpo e collega e vivifica tutte le parti) vuole che nelle nostre vene scorra la sua vita, vuole che nel nostro cuore metta radici il suo coraggio e quel miracolo che è la gratuità nelle relazioni. Quando Gesù ci dà il suo corpo (corpo che è sacramento e santuario d'incontri per tutti) vuole che la nostra fede si appoggi non a delle idee, ma ad una persona, all'incontro con il peso e lo spessore e il duro della croce. Quando ci dà il suo sangue e il suo corpo vuole anche farci attenti al sangue e al corpo dei fratelli. Infatti il corpo è offerto, il sangue è versato: la legge dell'esistenza è il dono di sé; unica strada per l'amicizia nel mondo è l'offerta; norma di vita è dedicare la vita. Così va' il mondo di Dio.

È tutta l'umanità la carne di Dio
padre Ermes Ronchi  (Avvenire 10-06-2012)

 Prendete, questo è il mio corpo. La parola iniziale è precisa e nitida come un ordine: prendete.
Incalzante come una dichiarazione: nelle mani, nella bocca, nell'intimo tuo voglio stare, come pane. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: prendete. Gesù non chiede ai discepoli di adorare, contemplare, pregare quel Pane, ma chiede come prima cosa di tendere le mani, di prendere, stringere, fare proprio il suo corpo che, come il pane che mangio, si fa cellula del mio corpo, respiro, gesto, pensiero. Si trasforma in me e mi trasforma a sua somiglianza. In quella invocazione «prendete» si esprime tutto il bisogno di Gesù Cristo di entrare in una comunione senza ostacoli, senza paure, senza secondi fini. Dio in me: il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. Lo esprime con una formula felice san Leone Magno: la nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo. E allora capiamo che Dio non è venuto nel mondo con il solo obiettivo di togliere i nostri peccati, visione riduttiva, sia di Dio che dell'uomo. Il suo progetto è molto più grande, più alto, più potente: portare cielo nella terra, Dio nell'uomo, vita immensa in questa vita piccola. Molto più del perdono dei peccati è venuto a dare: è venuto a dare se stesso. Come uno sposo che si dà alla sposa. Siamo abituati a pensare Dio come Padre, portatore di quell'amore che ci è necessario per nascere; ma Dio è anche madre, che nutre di sé, del suo corpo i suoi figli. Ed è anche sposo, amore libero che cerca corrispondenza, che ci rende suoi partners, simili a lui. Dice Gesù nel vangelo: i miei discepoli non digiunano finché lo sposo è con loro. E l'incontro con lui è come per gli amanti del Cantico: dono e gioia, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà. Nel suo corpo Gesù ci da tutta la sua storia, di come amava, come piangeva, come gioiva, ciò che lo univa agli altri: parola, sguardo, gesto, ascolto, cuore.

Prendete questo corpo
, vuol dire: fate vostro questo mio modo di stare nel mondo, anche voi braccia aperte inviate alla terra. Perché il corpo di Cristo non sta solo nell'Eucaristia, Dio si è vestito d'umanità, al punto che l'umanità intera è la carne di Dio: quello che avete fatto a uno di questi l'avete fatto a me. Il Corpo di Cristo è sull'altare dell'Eucaristia, il corpo di Cristo è sull'altare del fratello, dei poveri, piccoli, forestieri, ammalati, anziani, disabili, le persone sole, quelle colpite dal terremoto di questi giorni. Che possiamo tutti diventare ciò che riceviamo: Corpo di Cristo. E sarà l'inizio di un umile e magnifico viaggio verso lo Sposo si è fatto sposo dell'ultimo fratello.