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UNA CASA DI PROFETI
(Ermes Ronchi LE CASE DI MARIA, ed. Paoline, 2006, pag. 25-39)

  Maria esce dalla casa natale, inizia il suo viaggio, metafora di tutti i viaggi dell'anima e della vita stessa. Quando tu apri la tua vita a Dio, allora non devi più avere dimore. La dinamica dell'esistenza va dall'interno verso l'esterno, dalla propria casa verso lo spazio del mondo, dall'io verso lo spazio degli affetti e delle relazioni. La casa natale comincia ad aprirsi. La partenza «in fretta» di Maria rivela nella giovane ragazza il coraggio di seguire l'avventura della vocazione, di lasciarsi portare dal pro­prio futuro. Non su bisogni o su timori, bensì su un progetto Maria fonda il suo viaggio. Organizza il suo mondo non per rispondere ai bisogni fondamentali della vita, ma per mostrare che il bisogno fondamentale della vita è che non si vive senza mistero, che non si vive di solo pane ma anche delle parole di un angelo, che il segreto della vita è oltre noi. […]

 Spiritualità del viaggio
Come amo la libertà di Maria. Libera di partire in fretta, di non lasciarsi condizionare da niente, di fare qualcosa che fino a un minuto prima era lontanissimo dai suoi progetti. Libera come un uccello dell'aria, come un fiore selvatico, come un giglio del campo che riceve il polline quando soffia il vento, che prende il sole e l'acqua quando semplicemente vengono. Come amo questa capacità di vivere la vita come fosse una germinazione continua, una vita fatta di gemme. Ma così è ogni vita: non un libro già scritto, non un progetto da eseguire, completo, compatto, pesante, ma un inventare strade e curare germogli. Come amo questa vita di Maria dove niente è prestabilito. Dove la vita germoglia libera e felice. È così corroborante immaginare la vita come un sistema aperto e non come un sistema chiuso. Immaginare la vita, la fede, la Chiesa, Dio stesso come campi aperti. A questo ci aiuta una ragazza in viaggio sui monti di Giuda. La sua spiritualità non consiste in un narcisistico contemplare se stessa o le proprie emozioni, ma nel voler cogliere quanto avviene attorno a sé, sotto l'impulso della parola di Dio, e nel voler partecipare al mistero svelato dall'angelo. La vita secondo lo Spirito non si alimenta di un'autoreferenziale analisi dell'anima, ma di un viaggio instancabile verso ciò che dà profondità, conoscenza, ricchezza alla nostra vita, verso confronti e incontri, alla ricerca dei volti di Dio che appaiono e si rivelano nelle nostre relazioni. Maria è una ragazza giovane, povera di esperienza, e va dalla parente più anziana, ricca di vi­ta, ricca di attese, ricca di Sacra Scrittura, una donna che sarà profetessa di Dio, che l'aiuterà a  capire cosa accade in lei, l'aiuterà con l'esperienza, con l'affetto, confrontando le loro due maternità impossibili. Quasi una lectio divina a due voci.

«E vi rimase tre mesi» (Lc 1,56). Come l'arca del Santo d'Israele in viaggio verso Gerusalemme: «Davide non volle trasferire l'arca del Signore presso di sé nella città di Davide, ma la fece portare in casa di Obed-Edom di Gat. L’arca del Signore rimase tre mesi in casa di Obed­-Edom di Gat e il Signore benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa » (2Sam 6,10-11). È necessaria la calma per capire la Parola, bisogna darle tempo, darle attesa e attenzione. Il mistero diventa gioia quando tu gli dai tempo. […]

Portare il Verbo
In quel viaggio compiuto in fretta, Maria intesse nel suo grembo la carne del Verbo. Lei va, portando il Verbo. Origene designa questo andare, gravidi di Dio, per le strade del mondo, come immagine suprema di ogni credente: «portare Verbum» (In Exodum 10,3), missione di ogni battezzato, portare colui che ti porta, essere in cammino con il Verbo verso l'intera umanità. La madre con il figlio in grembo è al tempo stesso una e due. Due vite distinte e al contempo inseparabili, unità e distinzione. «Voglio essere uno con te» è la formula, di estrema sobrietà e suggestione, con cui il monaco armeno si dona a Dio. Nel suo nucleo ultimo, la vita cristiana è es­sere una sola cosa con lui. In principio è il legame: verità della storia di Dio nella Trinità, verità della storia dell'uomo: «e i due saranno una carne sola » (Gen 2,24). «Que­sta è tutta la ricchezza del mistero... Cristo in voi» (Col 1,27). La ricchezza del mistero è di una semplicità abbagliante: Cristo in me. Tornano a risuonare le parole forti di Agostino: «Questo è il veleno occulto del vostro errore: far consistere la grazia di Cristo nel suo esempio e non nel dono della sua persona» (Contra Julianum. Opus imperfectum).

 Lo spazio degli affetti
Nel loro incontro Maria ed Elisabetta si capiscono prima ancora di parlare. Forse perché l'a­more conosce, è esso stesso conoscenza. Le due donne entrano in sintonia immediata, in risonanza reciproca, come le due corde di un liuto. Cosa è successo? Come mai si sono comprese prima ancora che le parole diventassero racconto? Gli uomini ti permettono di varcare la soglia del loro segreto solo se li guardi con occhi liberi dal desiderio di competizione o di seduzione, solo se ti sei ripulito dalla polvere dell'orgoglio e offri la tua matura tenerezza. Così Maria ed Elisabetta. Lo Spirito di fecondità, che ambedue conoscono come grazia nella loro carne, diviene ora Spirito di comunicazione, e il prolungato silenzio delle due donne (per cinque mesi Elisabetta si era tenuta nascosta...) esplode nel duplice canto.
Dio ci viene incontro innanzi tutto nella nostra casa segreta, dove siamo davvero noi stessi, solus ad Solum, soli con il nostro Unico, senza maschera alcuna, dove sei persona e non personaggio. Ma subito dopo ci attende, in fretta, nelle relazioni positive e forti, ci incontra nel nostro tessuto di affetti, è presente nei dialoghi, negli incontri, nella reciprocità attenta, lo senti nella tenerezza immeritata che illumina la casa, nei gesti di chi ti vuol bene, è attento a te e ti ascolta. Maria che si reca in fretta nella casa di Zaccaria, pur stordita da ciò che le sta accadendo, ci chiama a non smarrire la polifonia dell'esistenza, a non trascurare nessuna delle relazioni dove affiora affetto, da ricevere e da donare; ci chiama a vivere bene tutti i legami che generano la bontà dell'esistere. Il Magnificat, questo altissimo modello di preghiera, non nasce nella solitudine ma in uno spazio di affetti. Dio viene, e il suo venire è mediato da uomini, da incontri, da dialoghi. Forse non c'è, quaggiù, esperienza d'infinito che non sia legata alle relazioni tra le persone. Ogni esistenza ribadisce che la cosa più importante sotto il sole sono i legami.

  La casa della benedizione
Quelle tra Maria ed Elisabetta sono le prime parole che, nel Vangelo di Luca, si scambiano due esseri umani. In questo primo dialogo tra persone, la prima parola di Elisabetta è una benedizione: «Benedetta. Benedetta tu fra le donne ». Su tutte le donne si estende la benedizione di Elisabetta; su tutte le figlie di Eva, su tutte le madri del mondo, su tutta l'umanità al femminile, su tutti i frammenti di Maria sparsi nel mondo e che hanno nome «donna» scende questa benedizione. Lo dico con le parole di un grande mistico, padre Giovanni Vannucci: «A tutti i frammenti, a tutti gli atomi di Maria sparsi nel mondo e che hanno nome donna, rivolgiamo oggi il saluto di Elisabetta. Benedetta tu, o donna, che tu sia piena di grazia, che con te sia lo Spirito del Signore, che sia benedetto e benefico agli umani il frutto del tuo seno, che tu possa pacificare la terra, conciliare i fratelli nemici, disarmare Caino, far risorgere Abele, ricondurre tutta la terra al Padre nell'amore del Figlio, nella grazia dello Spirito ». «Benedetta tu», perché Dio benedice con la vita. Le madri sono quindi benedette per prime. Nel Vangelo profetizzano per prime le madri. E se una nascita è gioia, viene a noi il Dio della gioia. Con Maria viene nella casa il Dio della gioia. La prima parola del primo dialogo evangelico dovremmo tutti custodirla come un tesoro: «Benedetta tu». Imparare anche noi a benedire, a dire bene, a cercare le parole più buone. Ma è più che dire, è una forza di vita che viene dall'alto, invocata da presso Dio, che discende dalla prima benedizione: «Dio li benedisse: crescete e moltiplicatevi»(Gen 1,28). La benedizione genera vita e crescita, fa nascere energia vitale, accompagna Adamo fuori dall 'Eden e giunge fino a noi. Il primo passo per l'incontro con il mistero e con il cuore dell'altro è benedire, è poter dire, nella mia casa, allo sposo, ai figli, a mia madre o all'amico: tu sei una benedizione di Dio per me, tu sei un dono di Dio, tu sei salvezza che mi cammina a fianco. E una casa dove non ci si benedice l'un l'altro, dove non ci si loda reciprocamente, è destinata alla tristezza, diventa un luogo dove ci si elide gli uni gli altri, anziché sostenersi. Non saremo mai felici se non impariamo a benedire. Benedire il Signore e chi mi ha dato la vita, benedire Dio e chi mi dona amore, benedire il sole e l'acqua, il fuoco e il pane. Come i santi. 

La casa della lode
La prima parola che Maria pronuncia nella casa sul monte è di lode. Modello per i creden­ti: verso Dio, il primato della lode; verso i fratelli, il primato della benedizione.  Tutte le prime preghiere cristiane nascono attorno a Maria: il Magnificat, la prima parte dell'Ave Maria, il Benedetto, il Gloria degli angeli a Betlemme, il Cantico di Simeone. Maria fa nascere preghiere. Il vero devoto di Maria allora impara da lei a lodare e a benedire, a liberare il cuore davanti a Dio, a far entrare nella preghiera la vita, i poveri e gli affamati, a fare della preghiera la casa abitata dalla storia degli uomini. Imparare a pregare come lei: questa è la vera devozione. Ancor più che pregare lei, pregare come lei. Da dove nasce la preghiera di Maria, questo canto esultante? Maria ha capito Dio, ha visto che Dio è un Dio innamorato e compie meraviglie. Per dieci volte ripete: « È lui che ha guardato, è lui che ha fatto, è lui che libera, è lui che sconvolge, è lui che solleva, è lui che manda a mani vuote, è lui che colma, è lui…». Per dieci volte. La fede di Maria, la fede grande, la più grande fede, è quella che pone al centro non quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me. Al cuore del cristianesimo non sono poste le mie azioni buone o cattive, ma l'azione di Dio. La salvezza non viene dal fatto che io amo Dio, ma che Dio ama me. Al centro del cristianesimo è collocato allora come un nuovo decalogo, che non si riferisce più all'agire dell'uomo, ma che elenca le dieci azioni di un Dio appassionato, di colui che altro non fa che eternamente considerare ogni uomo ben più importante di se stesso. Da qui deriva anche una nuova etica, perché tutti i sostantivi con cui nella Bibbia è descritto Dio acquistano valore di imperativo per l'uomo. Nella Sacra Scrittura, scrive Gerhard von Rad, non è Dio che è antropomorfo, ma è l'uomo che è teomorfo, che cresce nell'immagine e somiglianza con il suo Creatore, che acquisisce forma e comportamenti divini.

 Casa come santuario
La casa, il luogo dove la vita celebra la sua festa e i suoi drammi, diventa per Maria ed Elisabetta il luogo della liturgia più vera. E lodano Dio, ringraziano, benedicono; e sono due donne, unica pagina del Vangelo che ha per protagoniste due donne; di più, due donne nell'attesa di essere madri; due donne assorbite dal loro futuro. Dio viene come generazione, viene dall'avvenire, viene come futuro di vita. Ogni nascita è profezia. Due madri costruiscono un santuario di preghiera nella casa. Ricominciare, come loro, a pregare insieme nella casa, ricominciare a benedire la casa e i suoi abitanti, a segnare i giorni con i segni di Dio, a segnare le nostre parole con le parole di Dio. Pregare insieme nella casa, con la parte di Zaccaria che è in noi e che stenta a credere, con la parte di Elisabetta che è in noi e che sa benedire, con la parte di Maria che è in noi e che sa lodare, con la parte di Giovanni che sa danzare nel grembo. Forse dopo potremo anche noi diventare benedizione per quanti ci incontreranno. Ogni creatura ha negli occhi una preghiera, an­che quelle che non hanno occhi. Pregare non significa domandare. La preghiera è lode, contemplazione, pianto, stupore, seduzione. Domandare qualcosa a Dio significa attendersi una risposta, ma soltanto gli idoli hanno l'obbligo di rispondere. Per legittimarsi. Per legare a sé l'uomo. Chiedere qualcosa a Dio, dice Meister Eckhart, è fare come il pellegrino che, percorsi migliaia di chilometri per andare dal papa, una volta giunto davanti a lui, gli chiede un fagiolo. Dio non può dare nulla di meno di se stesso. Ma dandoci se stesso, ci dà tutto.

 Casa di profeti
Zaccaria era diventato muto. Stava, la parola, murata dentro, fino a quando la sua donna fu madre e la casa, casa di profeti. Nel Vangelo profetizzano per prime le madri e il primo ambito di profezia è una casa, la casa sulla montagna, la casa su cui erano scesi contemporaneamente il miracolo e il castigo. Zaccaria perde la parola, perché non si affida alla parola dell'angelo: domanda un segno per credere. Chi non ascolta la Parola, diventa privo di parola, non saprà più parlare; chi non accoglie la Parola, non la può neppure dare. Chi non ha fede è muto, vale a dire è inespressivo, non ha nulla da dire, non ha capito il senso profondo del vivere. Ma l'incredulità di Zaccaria non ha fermato il piano di Dio. Così i miei difetti, le mie incertezze non bloccano la storia di Dio. La mia poca fede non ferma la forza di vita che promana da lui. E questo è molto bello, non semplice pensiero consolatorio, ma fatto teologico, rivelativo. Il nome Zaccaria significa «Dio si ricorda ». Ebbene, Dio si ricorda della sua fedeltà verso di me, non della mia fedeltà verso di lui; si ri­corda delle sue promesse, non della mia risposta incerta. E così Zaccaria, pur con la sua fede incerta, diventa anch' egli profeta e intona un cantico di benedizione, riprendendo la prima parola della sua donna: «Benedetto il Signore ». Nonostante la sua poca fede, diventa profeta e padre di profeta. Oggi non c'è bisogno di grandi profeti ma di piccoli profeti, che vivano con semplicità, senza chiasso, senza integralismi, il Vangelo nella vita quotidiana.

 Levità
La Bibbia ci appare affollata di uomini dalla fede salda e possente. In Maria non sono la sua fermezza o la sua sicurezza a colpire, quanto piuttosto la leggerezza del suo stupore. Se scavi sotto le sue parole, non trovi tanto la compattezza o la saldezza, ma piuttosto un sen­timento di smarrito stupore, di ingenuo interrogativo, come di uno che se ne sta con la bocca aperta a guardare una realtà imprevista, inattesa, sorprendente. Che cosa stupisce Maria? Il fatto che lei, piccola, può rendere grande, nella sua esistenza, il Signore: «io magnifico, io rendo grande il Signore!». Dio è grande o piccolo agli occhi dell'umanità a seconda che questa piccola creatura gli dia spazio o gli chiuda le porte della sua esistenza. Il fatto di sentire che la sua vita è ciò che ha ricevuto, un tessuto di doni: «Ha fatto della mia vita un luogo di prodigi ». È uno stupore riconoscente. Il mistero della fede consiste nel ricevere o, più precisamente, nel lasciarsi trasformare, trasfigurare, permeare da ciò che riceviamo ogni giorno. Ricevendo in sé il Cristo, Maria ha ricevuto tutto. Perciò la sua riconoscenza è assoluta. Uno stupore che viene dal fatto di vedere la realtà e la storia stessa in modo nuovo, quasi un reincantare la vita: la debolezza delle creature riscattata dalla potenza, da un Dio che solleva, abbatte, ricolma, svuota e ha misericordia per sempre. La nostra condizione di credenti non è diver­sa da quella di Maria, forse però sono diventati poveri i nostri occhi, e non sappiamo vedere, non abbiamo più il sentimento che la nostra vita è ciò che abbiamo ricevuto, un nodo di doni. E non solo il Vangelo, non solo lo Spirito, ma la giornata di sole di oggi e la serata con gli amici, le parole della tenerezza e il primo man­dorlo in fiore. Singolare, affascinante, stupefatta non è solo Maria: è la vita di ogni credente, che come lei accetta di portare in sé il mistero dell'opera di Dio, e la meraviglia del dono, asse portante della storia dell'anima.

 Credente gioiosa
La gioia di Maria, così evidente nel Magnificat, non deriva dal suo temperamento ma da un'esperienza spirituale. Non è Maria che è gioiosa, è la sua fede, riconoscente e stupita. La nostra generazione è affascinata dai profeti, forse più ancora che dagli apostoli; abbiamo fame di profeti, uomini dal cuore in fiamme, uomini certi di Dio; fame di parole autorevoli e autentiche, che creano e fanno essere ciò che ha da essere. Il maggior elogio che si possa fare a un predicatore non è forse quello di essere profetico? E probabilmente è giusto che sia così, in un'epoca di tragedie sempre incombenti; ma il dubbio va posto nel cuore dei credenti: che per la Chiesa di Gesù Cristo, per il Vangelo, sia più importante una Maria credente gioiosa che un Giovanni Battista che profetizza di fuoco e di scure. Il sorriso della ragazza di Nazaret forse è più costitutivo della fede di quanto non lo siano le visioni, gli oracoli e la voce tonante di coloro che hanno scandito la storia dell'attesa. Forse è il Signore a ricordarci che serietà, tensione, urgenza, rischio sono nulla senza gioia. La gioia di Maria fa essere la fede ciò che è: ospitalità di un Dio innamorato e affidabile. A noi, ammantati di gravità e concentrazione, Maria ricorda che la fede o è gioiosa o non è. La fede vera, quella del Magnificat. Perché ciò che noi chiamiamo fede spesso altro non è che paura del mistero e perciò è cupa, angosciata, intessuta di ombre, e troppo raramente serena, leggera, distesa, lieve come invece quella della ragazza di Nazaret sui monti di Giuda. Il vero modo di onorare Maria non è di magnificarla, ma di magnificare il Signore con lei e come lei.