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Gioisce la Madre Chiesa
di Rosanna Virgili
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da ADISTA Documenti n. 37/2012

 Intendo semplicemente dare un “la”, una nota biblica sulla melodia del discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II che fu tenuto da Giovanni XXIII l’11 ottobre del 1962 e che iniziò con una sorta di inno alla gioia: «Gaudet Mater Ecclesia», gioisci, Madre Chiesa.
Gioite, Gerusalemme e Roma! Gerusalemme, rallegrati! Quante volte i Profeti hanno invitato alla gioia quella città! Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace! Gioia dentro le tue mura, ma anche fuori dalle tue mura! Gerusalemme, abbatti le tue mura! Gioisci, Mater Ecclesia, dunque! Madre Chiesa, apri le tue porte, esci dai luoghi chiusi, abbatti i muri delle dottrine, gli steccati di ogni genere! Esci dal buio, entra nella luce! Apri gli occhi al mondo! Concediti il mondo, apriti al mondo!

 Il Magnificat è un inno a questa gioia. Megalunei, dice Maria [secondo il testo originale greco. NdR). Mega-luno, sciogli e fai diventare grande. Gioire vuol dire dilatare, aprire. Gioisci, perché quello che arriva, che sta arrivando, è grande, e non puoi tenerlo chiuso dentro le sacrestie, non puoi tenerlo chiuso dentro sistemi religiosi troppo rigidi, devi fare spazio perché il mondo possa veramente rallegrarti. La gioia viene dal poter avere il mondo. La gioia viene per la Chiesa perché si riconsegna al mondo: prima di tutto, Lumen Gentium e Gaudium et Spes. L’inno alla gioia nella Bibbia trova interpreti femminili tra le maggiori e più importanti profetesse. Vi sono le donne ad anticipare quello che verrà.
Dunque, quando il papa dice: «Gioisci, Madre Chiesa», pronuncia qualcosa che è profezia. Il Vaticano II non è ancora iniziato e già si anticipa quello che sarà il frutto del Concilio, quello che sarà davvero, quello che verrà dopo. È quello che le donne del primo e del secondo Testamento hanno saputo fare: anticipare la gioia sotto forma di profezia. Chi non ricorda il cantico di Debora, il cantico di Anna, il cantico di Giuditta e infine appunto il cantico di Maria, quando ancora le mura sono in piedi, ma già si sa che esse saranno demolite e che nascerà un mondo nuovo, e che il mondo potrà avere una sua voce nella Chiesa, e potrà arricchire la Chiesa delle sue profezie? La parola diventa un abbraccio, diventa qualcosa che riunisce la Chiesa al mondo.
Il Concilio dunque celebra innanzitutto questa felicità della Chiesa, perché essa può ritrovare il suo essere madre nel senso proprio di una trasformazione del suo stesso corpo. La Chiesa, quando si apre il Concilio, è felice, perché c’è un germe di vita che piano piano crescerà nel suo ventre e che la farà diventare un’altra creatura. Dopo il Concilio, la Chiesa non sarà mai più come prima. Sarà un’altra donna, avrà un altro volto, avrà una fecondità che la trascenderà. La Chiesa si apre al futuro, al Regno di Dio. Il Regno di Dio è la sua giustizia. Si tratta del dono della fede al mondo, ma tale dono avviene innanzitutto attraverso la trasformazione della Chiesa stessa.  

Maria, simbolo di laicità

«Gaudet Mater Ecclesia», perché la parola di Dio, la presenza di Dio, l’angelo di Dio non si esprimono più soltanto dentro al santuario, ma parlano nel mondo, parlano sulle spiagge, parlano vicino ai laghi, e vicino ai fiumi, e vicino al mare. Parlano ai laici.
Ed ecco allora l’immagine biblica più suggestiva per questo secondo aspetto della gioia della Madre Chiesa.
Giovanni Battista nasce da un sacerdote che si chiama Zaccaria. Siamo nel 1° capitolo del Vangelo di Luca e c’è un sacerdote che officia nel tempio il culto dell’incenso. Il popolo, fuori, aspetta e prega. È un tempo triste, un tempo di vuoto per la fede di Gerusalemme. Si aspetta un figlio, si aspetta una novità, si aspetta un consolatore, si aspetta qualcosa che faccia uscire dalla solitudine e dall’abbandono. La gente, fuori, prega, la gente aspetta. Il popolo aspetta fuori e consegna a quel sacerdote tutta la sua speranza perché possa tradurla in un sacrificio di soave profumo a Dio, in incenso. Intenso è il suo profumo. Quel sacrifico sale a Dio, Dio risponde al sacerdote dentro al tempio, ma il sacerdote non crede. L’angelo del Signore viene e dice a Zaccaria: «Ti nascerà un figlio», ma Zaccaria non riesce a credere, e quando esce dal tempio è muto.
È lo scaccomatto dei santuari, lo scaccomatto dei templi, quando il tempio non riesce più a parlare al mondo, ad essere quello per cui è nato, a realizzare il suo statuto, quello cioè di essere un canale di vita tra il cielo e la terra. Quando non riesce a dire più niente al mondo. Quando è muto. C’è una barriera tra sé e chi aspetta fuori: la gente aspetta fuori, il mondo aspetta fuori una risposta, una speranza, un figlio, un futuro. Zaccaria esce muto. Ed ecco allora, che cosa fa lo spirito del Signore, l’angelo di Dio?
Non aspetta neppure che quelle mura vengano demolite, ma va da un’altra parte, va in Galilea, va in una terra non propria ortodossa come poteva essere la Giudea. Va nella Galilea delle genti, in una casa normale, da una ragazza che si chiama Maria. E lei è veramente il simbolo di tutti i laici, di tutti quelli che, insomma, non hanno nessun ruolo particolare, non hanno nessuna esclusiva di parola rispetto a quello che viene dal cielo, che viene da Dio. Ma è lì, appunto, che la parola si fa invece l’annuncio di un figlio, si fa «eccomi», e si fa gioia.

Gioisci, Mater Ecclesia.
E Maria è proprio davvero la grande musica della gioia della Chiesa, perché risponde con un frenetico inno di gioia, che è appunto il Magnificat. E questo ci dice che, mentre nel primo Testamento Dio parlava normalmente ad uomini, nel secondo Testamento Dio parla invece con le donne. Perché le donne sono appunto il simbolo di una fede che non è escludente, che non chiude, di una fede che include in se stessa e non esclude nessuno.
Non è la fede dei circoncisi, i quali sono gli eletti, hanno cioè una salvezza che è loro riservata, che è esclusiva, solo per i figli di alcuni, di chi appunto appartiene a quella stirpe. La donna invece è madre universale. E questa sarà appunto Maria. Dio attraverso Maria parla alla gente e, finalmente, attraverso la sua accoglienza, tutto il mondo può ricevere davvero questo annuncio di gioia, questo annuncio di salvezza, questa grazia che scende dal cielo. La laicità, dunque. Il Concilio ha restituito al popolo di Dio l’incontro con il suo Dio attraverso la parola.

 Una parola rivolta ad adulti

«Gaudet Mater Ecclesia». Terza piccola tappa: le lingue, la Pentecoste, le traduzioni, perché non ci sarà più solo il latino, ma ci saranno tutte le lingue madri. Tutti potranno veramente succhiare il latte della madre Chiesa, prima di tutto perché potranno sillabare le parole di Dio attraverso le parole che hanno imparato in casa, da piccoli.
Madre Chiesa, la lingua materna, la parola, la comunicazione, il Concilio, la Dei Verbum e la Sacrosanctum Concilium, la liturgia che ci ha restituito veramente il linguaggio. Possiamo parlarci. Non c’è più il rito in se stesso, un rito freddo, un rito che non è incarnato, ma c’è proprio la liturgia, cioè la parola, la celebrazione anche dell’eucarestia, che è qualcosa che si incarna. E il Concilio ci ha aperto il mondo, perché ci ha dato veramente la possibilità di comunicare. E questo ci ha condotto naturalmente all’ecumenismo, al poter di nuovo parlare con i fratelli separati. E sulla parola di Dio questo è avvenuto, e speriamo che continui ad avvenire. Dobbiamo fare in modo che continui ad avvenire!
E, ancora, poter parlare di nuovo con i fratelli ebrei, con i nostri fratelli, cui dobbiamo una gratitudine immensa attraverso, sempre, la parola. Un linguaggio che è un linguaggio di sapienza, non un linguaggio giuridico. È il linguaggio della Scrittura: tutta la Scrittura è sapienza; la Torah significa insegnamento: è sapienza. Per fortuna c’è stato il Concilio. Noi non saremmo qui, io non sarei qui, se non ci fosse stato il Concilio. Non avrei mai potuto studiare al Pontificio Istituto Biblico dei gesuiti, che ringrazio personalmente in questo momento a nome di tutte le bibliste e di tutti i biblisti italiani, laici. Abbiamo avuto l’opportunità, come dice il card. Martini, di vederci “restituita la parola di Dio”. Il Concilio ci ha restituito la parola di Dio.
Non saremo mai abbastanza grati per questo. Il Concilio ci ha restituito il suo modo di parlare, che non è dogmatistico, ma è narrativo, sapienziale, è per adulti: la Bibbia parla degli adulti, non parla dei minorenni. Paolo lo dice molto chiaramente: noi non siamo dei minorenni, non siamo dei ragazzini. La parola di Dio ci interpella, ci stima, ci considera adulti. E quindi si pone dinanzi a noi come Gesù si poneva con i suoi discorsi dinanzi alla gente che andava da lui. Gesù non diceva: se volete essere felici, “dovete, dovete, dovete”. Gesù non imponeva, non imponeva i 613 divieti e precetti, non imponeva delle regole per poter essere ammessi o bocciati, per poter essere salvati o condannati.
No, Gesù indicava una via ad un essere umano intelligente, ad un essere umano maturo, ad un essere umano adulto, ad un essere umano capace di conoscenza, e quindi anche di scelta. E Gesù dice, parla: il linguaggio di Gesù è assolutamente sapienziale, sempre sapienziale, non c’è mai un ordine, c’è sempre un invito nel suo linguaggio. È veramente un invito ad essere felici, a scegliere la parte migliore, come fa con Marta e Maria quando Marta, trovandosi a servire, dice: «Dì a mia sorella che anche lei serva, che non mi lasci sola». Maria ascoltava semplicemente. Ascoltare è il grande sacramento che il Concilio ci ha aperto: poter ascoltare. Ascoltare la Parola, ascoltare il mondo, e farsi veramente discepoli del mondo e della parola di Dio, per seguire vie di felicità, ragionevoli, sensate.
E il dono della parola è appunto qualcosa che ci dice che la Chiesa si apre finalmente alla scienza. Sì, si apre a tutte quelle che sono le risorse del mondo laico, anche non credente: il cammino della cultura, il cammino delle civiltà. E che si trova in questo cammino come qualcuno che prima di tutto impara, per apprendere e poi per discernere, e poi, naturalmente, per attivare la sua sapienza critica.
Non c’è più nessuno lontano quando è possibile comunicare. Come dice Paolo nella lettera agli Efesini, capitolo II: «Voi che eravate lontani siete diventati vicini!», perché c’è stato qualcuno che ha abbattuto il muro che stava in mezzo, cioè l’inimicizia, un muro che era fatto di leggi, di leggi che, distinguendo, discriminavano e creavano inimicizia. La lingua che il Concilio ci restituisce è veramente una lingua di riconciliazione, è la lingua in cui la comunicazione diventa costruzione di un mondo comune, perché sono state abbattute tutte quelle strutture identitarie, anche religiose, che invece servivano a dividere il mondo e non ad unirlo. Quello che unisce il mondo è il corpo stesso di quell’uomo che i credenti riconoscono come Figlio di Dio. La sua carne che fa dei due un corpo solo.

 Libertà, verità, carità

Gioisci, Mater Ecclesia, ancora oggi, sotto forma di profezia, così come fanno le donne nella Bibbia quando, prima ancora che la battaglia sia stata vinta, sciolgono il loro canto di lode a Dio. Quando, prima ancora che si esca per la battaglia, già dicono la loro gioia, anticipano la loro gioia. O quando ancora non si vede la luce, ci si trova ancora nel buio, però già si anticipa quello che sicuramente accadrà. E allora noi diciamo, oggi, «Gioisci, Madre Chiesa» per ciò che ancora deve giungere, che c’è già, ma deve ancora venire. Tre parole, innanzitutto: la libertà, la verità e la carità.
La libertà da ogni ingerenza di poteri laterali, da ogni ingerenza di poteri che sono diversi da te, Mater Ecclesia, perché in te, Mater Ecclesia chi vuole essere «grande» sia «ultimo», come dice Gesù, e in mezzo a te chi vuol essere «primo» sia «servitore».
C’è una differenza fra te e i sistemi del mondo, e tu devi essere libera, Mater Ecclesia, libera secondo la verità. Amare la verità, la tua verità, dire la verità. Mater Ecclesia, respira la tua trasparenza, falla respirare al mondo, impara ad essere capace di pentimento, capace di conversione, impara e insegna poi a riconoscere il tuo peccato, e quindi a far veramente rilucere la grazia. Che possa la grazia di Dio apparire attraverso la tua conversione. La carità, quindi. Che tu possa chiedere ogni giorno al mondo intorno a te: come stai? Dov’è oggi l’essere umano? Dove sei? E quindi una carità che sia accoglienza, che sia povertà, perché senza povertà non c’è carità. Che sia dunque amore. 

Non consenso, ma contrasto

E due ultimissime parole per segnalare questa gioia anticipata riguardo alla Chiesa oggi. La gioia di questa Chiesa che vorrei definire prima di tutto discipula e poi magistra: prima di tutto discipula, poi diacona e poi mater.
E poi la sequela. Che la Chiesa oggi possa davvero essere un soggetto di ascolto. È il primo verbo, il verbo più importante di tutti, di tutta la Scrittura: sciamai in ebraico, akuo in greco. Ascolta e segui il Signore, fatti discepola, non ti mettere davanti al Signore. La tentazione di mettersi davanti. Quando Pietro ebbe questa tentazione, Gesù, con molta decisione, gli disse: «Torna dietro di me». La sequela, quella del Signore, è non farsi maestri del Signore. Questa sequela sia espressa attraverso una comunità che vive una corresponsabilità.
Laici, chierici, religiosi, madri, padri, possiate scoprire questa parola. Io devo ringraziare il papa che, in una lettera al Forum dell’Azione Cattolica Internazionale, pubblicata il 24 agosto su L’Osservatore Romano, quindi molto di recente, ha parlato finalmente di «corresponsabilità» dei laici all’interno del rapporto con i sacerdoti. Corresponsabilità! Credo che sia la prima volta. Si era sempre parlato di collaborazione, oggi si parla di corresponsabilità. Che Dio sia benedetto!
E poi dar voce e lasciar parlare i profeti. Madre Chiesa, fatti discepola dei profeti! Facciamoci tutti discepoli dei profeti, come ha scritto e detto il card. Martini: «Non chiudete la bocca ai profeti!». Non escludiamo quelli che magari hanno una parola diversa. Lo stile proprio della comunione nella Chiesa non può essere quello del consenso ma quello del contrasto. Perché no? Un contrasto costruttivo, come avveniva nella Chiesa primitiva. Tra Paolo, Pietro e Giacomo c’erano addirittura dei conflitti che riguardavano il Vangelo stesso. Ma questi conflitti non hanno fatto altro che far nascere la Chiesa, farla crescere, farla progredire. E quindi ben vengano i contrasti. L’acquiescenza è il contrario dell’ubbidienza, dell’autentica fedeltà. 

Lidia e le molte altre

Ed, infine, gioisci, Madre Chiesa, quando restituisci e consenti e riconosci ancora oggi il ruolo di annuncio alle donne. Forse questo il Concilio non l’ha detto più di tanto, ma lo diciamo noi oggi perché se stiamo qui non è perché si faccia memoria di qualcosa in senso appena celebrativo, ma perché la memoria diventi futuro nell’esperienza della fede. E quindi che le donne possano veder riconosciuto ciò che esse hanno fatto nei Vangeli, ciò che si racconta di loro nella Chiesa primitiva, prima di tutto la loro apostolicità.
Perché nel momento della fuga, quando gli apostoli si sono perduti, c’erano invece le donne. Sotto la croce, fedeli fino alla fine, ci sono state le donne a congiungere l’ultimo momento della vita di Gesù con la resurrezione. C’è stato quel “gap”, quel momento in cui gli apostoli dormivano, tradivano, rinnegavano, e in cui le donne invece resistevano, fedeli fino al giorno di Pasqua, quando ad inviarle sono state gli apostoli stessi. È questo ruolo che va riconosciuto alla donna: la donna come  legittimamente abilitata all’annuncio.
E poi la diaconia delle donne. Mi permetto di sottolineare quanto siano state importanti all’inizio della storia della fede cristiana le case delle donne, la diaconia di Febe (Rm 16, 1-2) come quella di tante altre. Anche Marta è una diaconessa, perché è in questo senso che si parla di lei.
Terzo punto: la responsabilità per le Chiese. Siamo a Roma, non possiamo non citare Lidia, perché, se è vero quello che dice Giovanni XXXIII, che, cioè, il Concilio Vaticano II è un po’ la chiave ermeneutica di tutti i concilii che lo hanno preceduto, e che la storia della Chiesa è quasi ripresa tutta in questo Concilio, dobbiamo allora ritornare a Lidia: tutti a casa di Lidia siamo nati, Lidia è stata veramente capo della comunità, è stata la fondatrice della comunità (Atti, 16,11-15,40). Allora, discipula, mater e diacona.
E questa sia una ragione di gioia, una ragione per sperare che oggi, dopo 50 anni, il ventre di questa madre sia ancora pregno, che essa sia pronta perché i cuori dei padri siano finalmente rivolti verso i figli!


[1] Biblista, docente di Esegesi presso l’Istituto Teologico Marchigiano di Ancona.