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LA RISURREZIONE DEI CORPI
Daniele Garota

Due verità fondamentali abitano il cuore della fede cristiana e ci appaiono così assurde e impossibili da essere alla fine del tutto rimosse dalla nostra esperienza di credenti: quella dell'incarnazione, del Dio che si fa carne, uomo umile, sconfitto e crocifisso in Gesù di Nazaret, e quella della risurrezione dei morti, “della carne”, specificava la Chiesa antica. E sono difficili da credere proprio perché coinvolgono la concretezza dei nostri corpi mortali. Credere in Dio onnipotente e onnisciente che abita lassù nei cieli è meno difficile che crederlo coinvolto nel dolore e nella sconfitta della croce, e credere nell'immortalità dell'anima non è tutto sommato difficile, poiché rientra nella convinzione che tutto sia già ormai accaduto, che Dio ci abbia salvati rendendoci immortali, che l'eternità è già insita in noi, che non abbiamo più bisogno di nulla, così che morire altro non sarebbe che entrare nell'aldilà eterno dove Dio è lì da sempre ad attenderci.
La Chiesa ci insegna invece a credere che Gesù risorto ora siede alla destra del Padre e che di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti, ci insegna ad aspettare la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. La salvezza cristiana è determinata da un preciso, futuro, intervento di Dio sulla storia, da una radicale interruzione: non può accadere che i morti risorgono mentre il mondo continua così com'è.
Ma non è facile credere questo. La gran parte di coloro che continuano ad andare in chiesa la domenica, nemmeno immagina che se i morti non dovessero risorgere un giorno, la nostra fede sarebbe "vuota", come diceva Paolo (1 Cor 15,14.26). Per questo la fede è dura battaglia, perché alla fine facilmente alla morte ci si rassegna.
Andando avanti negli anni ci si accorge come sempre più la morte irrompa tra noi. Ma al tempo stesso rimuoviamo questo fatto, non vogliamo proprio pensarci e finiamo allora per rassegnarci, come di fronte a tutto ciò che è inevitabile. Non riusciamo cioè più a sentirla come un nemico terribile la morte, questo è il problema, e non ci riusciamo più perché è venuta meno in noi la fede che era di san Paolo, dei primi cristiani. Il contrario della fede non è la disperazione, ma la rassegnazione, il fatto che la morte finiamo per crederla un evento naturale, come l'invecchiamento.
Ivan Illich, nei suoi ultimi anni di vita ha detto delle cose particolari riferite sia all'incarnazione che alla risurrezione della carne. Ma già da prima aveva a cuore queste cose. Nel 1992, in una lettera a Helmut Becker, concludeva così: ''Eccitanti astrazioni hanno catturato le anime e hanno ricoperto la percezione del mondo e di noi stessi come federe di plastica. Me ne accorgo quando parlo ai giovani di risurrezione dei morti. La loro difficoltà non consiste tanto in una mancanza di fiducia quanto nel carattere disincarnato delle loro percezioni, in un modo di vivere costantemente distratto dal loro soma o carne. In un mondo ostile alla morte, non ci si prepara più ad andare verso la morte, ma a morire senza andare da nessuna parte".
Qui la fede viene meno non per scarso volere, ma per un cambiamento epocale delle nostre interiorità, del nostro modo di percepire le cose. Fa pensare che siano passati da allora altri vent'anni, e che non si faceva ancora uso né dei cellulari né di internet, e questo la dice lunga su come siano da allora aumentate le 'eccitanti astrazioni", le “federe di plastica" sui cuori nostri e dei nostri giovani, capaci ormai di vivere solo l'istante, senza più legami né col passato, né col futuro. Eppure è proprio questo che la speranza della risurrezione dei corpi rende vivo il rapporto con un futuro che recupera il passato, quel passato che solo Dio può salvare. "Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso" dice Qolet (3,15), ciò che merita di essere salvato, a cominciare dai sentimenti, dalle sensazioni di gioia e dolore che hanno visto profondamente coinvolti i nostri corpi mortali. Senza questa memoria, senza questo recupero di ciò che è stato, la speranza cristiana non avrebbe senso.
Nella sua traduzione Erri De Luca sceglie: ''E l'Elohìm cercherà ciò che è stato in­seguito", dicendo di riscontrarvi "un verbo che è di fuga", come se vi fosse una corsa di Dio "ad acciuffare il passato e rimetterlo in corsa davanti al presente. Perché si con­tinui a inseguire nella fuga verso il futuro la sagoma di schiena del passato, di ciò che è già accaduto". Mentre noi finiamo per inseguire le ultime novità abbandonando ciò che è passato, "Elohim - dice De Luca - impasta gli eventi con la materia inerte del passato e ogni nuovo giorno parte con un fardello di cenere, come sa chiunque abbia un camino da accendere ogni giorno d'inverno". Sì, la cenere: il Dio di Abramo, il Dio di Cristo, ha promesso di ripartire dai corpi di coloro che sono diventati cenere morendo.
Quando il Signore verrà, nell'ultimo giorno, farà risorgere i morti, salverà il passato: ogni gesto buono che saremo stati capaci di compiere, gesti che abbiamo da tempo dimenticato, saranno ripresi, avranno un valore eterno: solo in quel giorno sarà rivelato il senso di tutta la nostra vita, di tutto ciò che avremo o non avremo fatto, ed è attraverso tutto questo che saremo giudicati, dannati o salvati.
Ma come sarà il corpo dei risorti da morte? Ci sono delle riflessioni che fa in pro­posito anche Romano Guardini, portando esempi molto concreti, parlando della differenza sostanziale tra un oggetto inanimato (un cristallo per esempio, pre­ziosissimo, eppure duro, immobile) e ciò che invece è vivo. Ma anche della diffe­renza tra ciò che è vivo: un albero di melo, che nasce, cresce e produce frutti, è già diverso da un cavallo o un uccello, i quali non solo nascono, crescono e mettono al mondo figli, ma anche liberamente si muovono nello spazio, con singolare ca­pacità di percezione e azione. Ma diverso ancora è l'essere umano, intelligente e creativo, capace di memoria e di verità, di gesti di bontà e cattiveria. Nell'uomo il corpo ha certamente una valenza superiore rispetto a quello degli animali, che pure sono viventi. Ma è pur ancora un corpo mortale, afflitto dal male e dalla malattia. Per questo, dirà Paolo, il corpo che "è seminato nella corruzione, risorge nell'incorruttibilità, è seminato nella debolezza, risorge nella potenza, è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale" (l Cor 15,42-44). A essere qui sottolineata è la preziosità del corpo, compresa la sua storia vissuta qui e ora sulla terra in tutti i suoi momenti, in tutte le sue relazioni con i corpi di coloro che ha avuto modo di incontrare, un corpo che dalla nascita alla morte ha assunto innumerevoli forme, “forme che devono essere tutte presenti nel corpo risorto" - dice Guardini - insieme a tutto il suo vissuto spirituale. Tutto resta nel corpo dei risorti, comprese "le esperienze e gli incontri", perché "la risurrezione del corpo significa la risurrezione di tutta la vita passata, del bene e del male". Il corpo dell'uomo infatti, "significa più della semplice corporeità anatomicamente definita".  Che risorge un corpo significa "che risorge non solo la forma, ma anche la storia; non solo la sostanza, ma anche la vita dell'uomo. Nulla di ciò che è stato viene distrutto. L'essenza delle azioni e dei destini dell'uomo è in lui e, liberata dalla limitatezza della storia, esisterà nell'eternità, grazie alla chiamata del Signore, l'onnipotente, e in virtù del suo Spirito" (Le cose ultime).
In molti hanno evidenziato le grandi solitudini dell'uomo moderno, soprattutto quando ci si trova soli in mezzo alla folla, soprattutto quando si è malati. Ma la grande solitudine resta quella della morte. Soltanto chi muore è e resta davvero solo. Soprattutto col passare del tempo, quando viene da tutti dimenticato. Risurrezione dei morti è ripresa delle relazioni, relazioni in carne e ossa oserem­mo dire, poiché a noi non è dato di relazionarci se non attraverso il corpo, attra­verso le nostre mani, i nostri occhi, il nostro modo di camminare e gesticolare. Quello della risurrezione della carne è l'atto potentissimo e inaudito, l'impossibile opera ultima con cui Dio, vincendo la morte, ridona a noi sue creature la possibilità di incontrarci di nuovo con chi avevamo perduto.
Nello scritto più antico del Nuovo Testamento Paolo saluta così i fedeli di Tessalonica: “Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo" (1 Tess 5,23).
Spirito, anima e corpo (pneuma, psiche e soma, secondo la lingua greca, ruach, nefèsh e basar, secondo la lingua ebraica), non possono essere separati se vogliamo che la nostra vita e persona siano quello che sono. La morte non distrugge tutto di noi, qualcosa di prezioso della nostra vita rimane in Dio, ma nella speranza e nell'attesa della risurrezione dei corpi. L'anima dei defunti continua a rimanere un prezioso elemento di comunione con Dio e coi viventi (è quello che la Chiesa in­dica con Comunione dei Santi), ma di una preziosità che è tale proprio per il suo anelare al giorno in cui il Signore farà risorgere i morti, quando Dio vincerà per sempre la morte e sarà "tutto in tutti" (l Cor 15,28) rendendo anche noi partecipi gli uni degli altri, in comunione profonda, grazie a quell' agape, quell'amore che non avrà fine.
Nel Regno ci sarà comunione di corpi, oltre che di anime e spiriti, proprio come ora. Anche nel Regno avremo esperienza di quelle due fondamentali forme di comunione che da sempre caratterizzano la vita dell'umanità sulla terra, quella del mangiare insieme a tavola e quella della sessualità. Nel Regno avremo esperienza di comunione attorno a un banchetto di nozze, sul cui mistero qui non possiamo dire di più.
Vorrei solo fare cenno di questo: ora solo con la sessualità possono venire al mondo bambini. Da quel che possiamo sapere, nel Regno non nasceranno più bambini: là vivranno solo quelli che sono venuti in vita in questa nostra povera terra. Se qui si entra nascendo, nel Regno si entra risorgendo o venendo trasforma­ti. Una realtà misteriosissima e dura da credere, certo, ma non quanto quella di cui abbiamo ormai consueta esperienza. Come diceva Pascal è più facile e ragionevole credere che possa tornare in vita ciò che è stato, piuttosto del venire in vita di ciò che non è mai stato, è soltanto l'abitudine a costringerci a pensare il contrario (cf. Pensieri, 204).
La risurrezione dei morti sarà il grande parto della nuova creazione con cui il Signore darà alla luce tutti i figli del Regno, recuperando di essi ciò che del passato, nella vecchia e pur preziosissima creazione, hanno vissuto nell'amore, nelle relazioni con Dio e col prossimo.
Amando in terra Dio che non vediamo, attraverso il prossimo che vediamo (cf. 1Gv 4,20) potremo un giorno, nel Regno, rivedere il prossimo che abbiamo già visto attraverso Dio che vedremo, per la prima volta, “così come egli è" (l Gv 3,2), con volti luminosi, con corpi trasfigurati, redenti, consolati, illuminati dallo stupore, simile a quello della Maddalena di fronte al Risorto.
A noi sarà data la gioia di essere “come angeli nel cielo" (Mt 22,30), non perché privi di corpo ma perché liberi di muoverci e amare come ora non possiamo nemmeno immaginare. Follia pura? Ma può la fede essere qualcosa di meno che follia? Nelle "profondità di Dio", dice Paolo, abitano cose che sono “follia" per noi, incapaci come siamo di intenderle se non si è abitati dalla potenza dello Spirito e dal "pensiero di Cristo" (lCor 1,18 - 2,16).