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COSA CREDE CHI CREDE
Daniele Garota
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La fede è ciò che ci fa percepire Dio dietro e sopra ogni cosa. Mai però con quella sicurezza che soltanto le cose certe possono garantire. Chi, soprattutto nel nostro tempo, riesce a prendere sul serio l'impegno del credere - come ci ha ricordato anche Joseph Ratzinger ­deve ammettere «la condizione di insicurezza in cui versa la sua propria fede, la potenza quasi inimmaginabile dell'incredulità che si oppone alla sua buona volontà di credere». Davanti comunque l'abisso si spalanca, fino a farci restare in bilico su un «tutto» o un «nulla» da vertigine, tanto che «da nessuna parte sembra darsi un solido appiglio cui potersi aggrappare nel corso di tale precipitosa caduta. Non si scorge altro che il buio baratro del nulla, dovunque si volga lo sguardo». In questa lotta contro le forze dell'incredulità, la fede diventa allora scommessa di ogni giorno, «presa di posizione », «fiducioso piantarsi sul terreno della parola di Dio », uno «star saldi» attraverso il «comprendere» (Introduzione al cristianesimo).

Mentre il mondo continua indifferente e beffardo il suo corso come se nulla fosse mai successo e mai dovesse succedere al di là di ciò che vediamo e tocchiamo, il credente è colui che continuamente si agita nelle domande che pone a se stesso e a Dio: sul senso della storia e del dolore delle creature, sulla venuta del suo regno. La fede è un anelito che decisamente inserisce la nostra vita nella vita di Dio, la nostra piccola storia nella immensa storia di Dio e degli uomini, quella che va dal principio della creazione all'ultimo giorno, quello che la fede attende, poiché solo lì ci sarà visione di ciò che ancora nessuno ha mai visto, esperienza reale di ciò che ora osiamo soltanto sperare. «Ciò che si spera - dice Paolo - se visto non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,24-25). La fede e la speranza anelano al giorno della redenzione promessa, al vedere «faccia a faccia» il Signore finalmente.

La fede non è mai stata a buon mercato, chi l'ha vissuta fino in fondo ha sempre dovuto pagare il suo prezzo. Oggi poi, dopo che molti nodi sono venuti al pettine, non è pensabile una fede autentica senza tenere conto degli abissi di Hiroshima e Auschwitz, delle grandi domande intorno a Dio e alla storia.  Di fronte al loro potente domandare, una fede superficiale e a buon mercato non può più assoluta­mente reggere. Essi hanno scosso ogni devota sicurezza, ogni compiaciuta spiritualità, ogni solida istituzione, aprendo coraggiosamente varchi di in­terrogazione tuttora rimasti senza risposta. Dopo di essi la fede non può che essere inquieta e assetata di risposte vere e concrete, quelle che solo la redenzione può offrire. E sono, paradossalmente, proprio le grida di questa gente, le loro riflessioni poderose, ad avere permesso alle verità di fede di conservarsi superando le grandi prove della modernità. Essi hanno fatto di tutto per scuotere una cristianità incosciente e addormentata additandole ciò che davvero conta, spargendo ovunque il seme dell'inquietudine e dell'attesa, provocando scosse, offrendo verità ai limiti dell'assurdo, mettendo in tensione gli opposti più tremendi: l'anima del santo con quella dell'assassino.

Chi d'altra parte se non un Messia disperato che grida la sua domanda a Dio può reggere lo scandalo del milione e mezzo di bambini passati attraverso i tormenti della Shoah e di tutti i bambini che in ogni istante continuano a soffrire e morire sulla faccia della terra? C'è una pace che è falsa, una sicurezza che è inganno, una facilità che svuota: questo dovrebbe saperlo bene il credente delle nostre società superficiali e smarrite. Pericolosa è la perdita della coscienza che ci impedisce di guardare in faccia il male e scandalizzarci. Lontanissimo da Dio e ben più ipocrita del non credente è colui che, riempiendosi la bocca di parole devotamente religiose, passa indifferente davanti alle ingiustizie più terribili e non batte ciglio di fronte alle pene dei fratelli.

La fede necessita poi di autenticità e coerenza: tanti sono coloro che agiscono in maniera esattamente contraria rispetto a quanto dicono e credono. Già Gesù diceva di guardarsi bene da quelli che parlano con la lingua ma non con i fatti. Dalla chiacchiera si passa all'indifferenza e dall'indifferenza all'avversione nei confronti di tutto ciò che è significativo e chiede impegno, nei confronti di chi porta la luce e «opera la verità» (Gv 3,21). Innumerevoli sotterfugi suggerisce quella pigrizia tutta moderna che ci culla sui mille piaceri a portata di mano spingendoci alla superficialità e alla fuga quando la verità ci sfiora nuda e cruda, quando si tratta di prendere molto sul serio il volto del bambino affamato e il giu­dizio ultimo che viene da Dio. La fede è una cosa sola con le persone concrete che la vivono e coi fatti che la riguardano: la parola di Dio viene da eventi accaduti e rimanda a eventi che devono ancora accadere. Per questo la fede non può che essere trasmessa da persone che la dimostrano e la confermano con le parole e con la vita. In mezzo alle distrazioni del mondo il testimone mantiene di continuo lo sguardo verso le verità eterne, riconducendo ad esse ogni cosa che è accaduta e che accadrà, in modo da farle apparire autentiche. E riuscirà in tale compito soltanto se egli stesso resterà degno di fede con la sua vita di ogni giorno. Non testimonia nulla chi crede ma non è credibile. La fede è affidata al cuore e alla vita dei testimoni che parlano con le lacrime agli occhi e non con distacco o con dito alzato dalla cattedra.

Ma a questo movimento verso il basso dovrebbe corrispondere, da parte nostra, un audace movimento verso l'alto: chi tra noi, infatti, non potrebbe dedicare una buona parte del proprio tempo, libero alla crescita personale, alla ricerca di Dio? E noto che famosi rabbini in Israele facessero i ciabattini e i taglialegna per guadagnarsi da vivere. Ma anche Gesù lavorava con le mani e scelse tra gli apostoli dei pescatori. Paolo poi fabbricava tende.

Una fede certa e sicura nei suoi recinti di dottrina chiusa alla domanda e al fratello che trema e chiede aiuto, non è più la fede a cui chiama il Dio della Bib­bia. La fede non toglie il rischio della croce e mai esclude i fratelli che bussano alla porta. Quando la fede abbandona il timore e tremore traducendosi in volontà di potenza che detta legge ed esclude, diventa totalitarismo fanatico e può produrre le più terribili cose. Le comunità religiose che si chiudono nella propria fortezza guardando tutti dall'alto, anziché servire e testimoniare nella povertà dal basso non hanno più nulla a che vedere con i discepoli del Signore, che dovevano annunciare la salvezza al mondo senza portare con sé né oro, né argento, né sandali, né bastone. Il testimone gratuitamente ha ricevuto e gratuitamente dà (cfr. Mt 10,7-9).


[1] Dalla INTRODUZIONE dello stesso autore al suo COSA CREDE CHI CREDE (Ed Paoline)