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Eclissi
dell’Eucarestia e mondanità della Chiesa
Gruppo “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”
(da ADISTA n. 58 – luglio 2011)
Può forse sembrare “stravagante”, vagante
fuori, fuori dalla realtà, che dei credenti, pur sentendosi
inestricabilmente compagni di viaggio, delle donne e degli uomini del nostro
tempo, pur avendo amici tra non credenti o diversamente credenti – e dunque
partecipi con loro delle fatiche e delle gioie, dei drammi e delle attese
che segnano questa nostra stagione – diano come tema al loro convenire (il
quarto incontro nazionale, dopo Firenze1, Firenze2 e Napoli, ndr) quello
dell’eucaristia.
Qualcuno dall’esterno potrebbe giudicarlo un tema privato, che soffre una
sorta di soffocamento nei confini della Chiesa, un restringersi dentro
celebrazioni di una liturgia che vede oggi un convenire di pochi. Non c’è
altro, altro di più urgente, all’interno della Chiesa e della società, su
cui confrontarci? Non sono altri i nodi da esplorare, civili, politici,
ecclesiali? Non corriamo forse il pericolo di essere fuori dalla storia?
La domanda ci inquieta. Se non altro perché svela drammaticamente,
impietosamente, quale immagine di rito, al pronunciarsi della parola
“eucaristia”, oggi si accenda in non poche donne e uomini del nostro tempo.
Ci chiediamo che cosa ci ha portato a questa deriva che sembra suggerire
l’immagine della privatezza, dell’esclusività, della non contiguità, della
ininfluenza del rito sulla vita.
La Cena del Signore: un’immagine tradita. Chi varca – ce lo chiediamo – la
porta di una delle nostre tante chiese intravede con sorpresa in quella
celebrazione un Vangelo, una buona notizia? Un evento che fa sperare? Per il
tempo dentro le chiese e per il tempo fuori le chiese? Intravede, come da
una piccola fessura, un umile anticipo del convenire universale, cui diamo
il nome di Regno di Dio, nel quale siederanno a mensa con Abramo, Isacco e
Giacobbe, donne e uomini venuti dall’Oriente e dall’Occidente? O intravede
un pallido convenire che non esce dalla consueta “normalità” di ogni rito?
Nei giorni del nostro convenire a Roma ci chiederemo se la Cena del Signore
segna ancora una differenza, quella che le aveva impressa il Signore, quella
che si affaccia dal titolo del nostro convenire: “Ma voi non cosi”. Quasi un
dirottamento di modi di pensare, di modi di vedere, di modi di agire, di
modi di stare al mondo.
È ancora percepito nelle celebrazioni il dirottamento? Non fa parte
l’eucaristia del Vangelo che abbiamo ricevuto? Il Vangelo non è solo parola
che accende e riscalda i cuori. Gesù ci ha lasciato come Vangelo, notizia
buona, anche i suoi gesti. Anzi i gesti, forse ancor prima delle parole,
raccontavano che il regno di Dio era accaduto, che era già in mezzo a noi. I
suoi banchetti erano Vangelo. In modo specialissimo Vangelo fu la sua ultima
cena. Quella notte nella sala al piano superiore sembrò deporre in quel pane
che spezzava e in quel calice del vino che faceva passare tra i discepoli
tutto quello che lui era, tutto quello che aveva sognato, tutto quello che
aveva insegnato: ultimo gesto, riassunto di tutta una vita, testamento per i
nostri giorni, per tutti i giorni.
Si tratta dunque di acconsentire al segno che arde come brace nel desiderio
di Gesù di volerci a cena, di darci il suo pane e il calice del vino.
Riconoscere il segno. Anni fa in un convegno a Roma Annalena Tonelli, la
volontaria laica, impegnata in Somalia, assassinata il 5 ottobre 2003,
mentre rientrava in casa, dopo la giornata trascorsa in ospedale,
raccontando la sua vita disse: «La vita mi ha insegnato che la mia fede
senza l’amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti e poi
tanti comandamenti, ma ne ha uno solo, che non serve costruire cattedrali o
moschee, né cerimonie né pellegrinaggi, che quell’Eucaristia, che
scandalizza gli atei e le altre fedi, racchiude un messaggio rivoluzionario:
“Questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla
mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti
salva, ma mangi la tua condanna”».
Ebbene non finisce di sorprenderci il fatto che già quella cena, al piano
superiore, nella sala addobbata, l’ultima cena di Gesù, abbia vissuto una
sconsacrazione. Cena sconsacrata dai pensieri e dai discorsi dei discepoli.
Pensieri e discorsi in controtendenza spudorata e sconcertante al gesto che
alludeva al pane, l’umile pane delle nostre case, un pane che non accetta
esposizioni in vetrina: la sua esposizione, quella vera è sulla tavola. Per
tutti. L’unica esposizione che sopporta il pane. L’unica che ha sopportato
Gesù. Qualcuno voleva dargliene un’altra, ma allora lui si eclissava. Lui è
altro. E ci chiede di essere altro: «Ma voi non così».
Ai discepoli quella sera ricordò la regola del pane, che è alternativa
radicale ai criteri mondani. Se il rito non racconta più il segno, se il
rito viene defraudato, i credenti giocoforza ritornano alle loro case, alla
loro vita, alla storia con la volontà di dominio, di potenza, di prestigio.
Come se a loro la storia di quel pane, la storia di Gesù di Nazaret non
avesse parlato: un rito orfano, cieco di quella storia, da cui si esce per
ritornare alle case, alla città, alle opere e ai giorni, senza dirottamenti,
bensì con i vecchi criteri di sempre, quelli obsoleti, quelli di una pallida
normalità mondana. La normalità mondana dei discepoli che fanno discorsi su
chi è più grande fra loro.
Succedeva allora, succede anche oggi, in noi e nella Chiesa, quando la
celebrazione rimane confinata a livelli di superficie e non diventa seme
che, accolto nella maturità delle coscienze, genera la passione di relazioni
vere, nuove e intense. E quando succede questo, è l’eclisse dell’eucaristia,
l’eclissi di Dio, di Gesù. Assisti allora a una Chiesa che cerca posti sulle
piazze, che mangia con quelli che contano, che contratta appoggi mondani,
interessata più al suo bene che non al bene di tutti, il bene soprattutto di
coloro che non hanno nessuno che li difenda. Quando questo succede è
doveroso concludere che il rito è vuoto, cieco, anche se solenne, anche se
colmo di profumo di incensi e di colore di vesti. Anzi la solennità in tal
caso suona esposizione di sé, quell’esposizione da cui il vero pane e Gesù
si sono sempre ritratti.
La relazione con cui si aprirà il nostro convenire a Roma ci ricorda in modo
suggestivo come la Didascalia degli apostoli (III secolo) prescrivesse al
cap. 12 che, ad accogliere nell’assemblea i poveri, uomini o donne che
fossero, doveva essere il vescovo stesso e non i diaconi, e che doveva
essere ancora il vescovo a procurare loro un posto e che, se questo non si
fosse trovato, doveva cedere il suo e sedere a terra ai loro piedi. «È
questo un sogno?», si chiede la relazione, «o sono piuttosto un tradimento
dell’eucaristia quelle celebrazioni che ripropongono, nella disposizione dei
partecipanti e nello stile della partecipazione, le gerarchie mondane, ma
anche soltanto l’educato stare ognuno per conto suo?».
Non è forse vero che riconsacriamo il pane del Signore ogni volta che ci
lasciamo trascinare dal gesto, l’ultimo che il Signore ci ha lasciato, come
comando, in quella cena, il gesto del servo che si china a lavare i piedi
stanchi? E dunque ricondotti anche noi ai piedi impolverati di fatiche delle
donne e degli uomini con cui camminiamo, nel desiderio di sollevarli dalle
stanchezze e di rialzarli a dignità?
Suggestivo, nella relazione, l’accenno al concilio di Nicea che vietava in
un suo canone che almeno la domenica ci si inginocchiasse (canone 20).
Sembra a noi di riudire l’eco ripetuta del Vangelo là dove Gesù comandava di
«alzarsi». In piedi, quasi a dire che l’Eucaristia è fonte di donne e uomini
alzati e non abbassati, fonte di vite libere, è un pane che ci dà la forza
di sfuggire al rimpianto dei cibi sì prelibati, ma in terra di schiavitù.
Già don Primo Mazzolari diceva ai suoi parrocchiani: «Quando entrate in
chiesa vi togliete il cappello, non vi togliete la testa». Eucaristie in
nutrimento di uomini e donne in ascolto di un magistero che è dentro
ciascuno di noi: «Lo Spirito che il Padre vi manderà nel mio nome, lui vi
insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Oggi che la stragrande maggioranza dei nostri compagni di viaggio più non
frequenta le nostre celebrazioni, non dobbiamo sentire ancora più urgente il
compito di restituire ad esse il fascino che loro appartiene di notizia
buona, per il nostro tempo e anche per chi di loro prima o poi si
affacciasse? E non dovremmo altresì sentirci educati dai “segni dei tempi” a
sospettare che qualche scintilla dell’eucaristia possa abitare in liturgie
che chiameremmo laiche?
In un colloquio con Gabriella Caramore, Emilio Tadini, scrittore e pittore,
proprio lui non credente, parlando di Van Gogh, anni fa disse: «Viene in
mente quel suo quadro che si chiama “I mangiatori di patate”, dove dei
poveri contadini sono radunati intorno al tavolo per una cena, che consiste
appunto solo in un piatto di patate. Ma in questo straordinario quadro si
manifesta una specie di «eucaristia laica», come se stessero officiando il
rito della consacrazione di questo povero cibo. La luce della lampada a
petrolio che sta sopra il tavolo sembra una luce straordinaria mistica».
Angelina Alberigo, Maria Cristina Bartolomei, Simona Borello,
Gianfranco Bottoni, Mario Cantilena, Angelo Casati, Francesco
Castelli, Ursicin Derungs, Luciano Guerzoni, Giovanni Nicolini,
Licinia Magrini, Giancarlo Martini, Enrico Peyretti, Ugo Gianni
Rosenberg, Giuseppe Ruggieri, Silvia Scatena, Fabrizio Valletti
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