|
Agli amici, per un
bisogno di confidarsi i pensieri
in ore diverse di uno stesso giorno
Don Angelo Casati
Che
cos'è questa apparente contraddizione che mi segna dolorosamente da giorni?
Da un lato una repulsione, un disgusto per le parole che senza il minimo
pudore, spudorate, stanno violando il mistero che avvolge la vita di Eluana.
Repulsione, disgusto per le parole e bisogno incontenibile di silenzio.
Ho letto nella Bibbia ciò che è bene. Ho letto: "E' bene aspettare in
silenzio la salvezza del Signore". Poi ho visto credenti non aspettare
in silenzio. Loro non aspettano. Loro non hanno niente da aspettare. Loro
sanno.
Bisogno incontenibile di silenzio e paradossalmente bisogno di parole che
abbiano il sapore buono del pane, da spartire con gli amici. Con gli amici e
con la cerchia sconfinata di coloro che ancora aspettano la salvezza: non
l'hanno imprigionata nei loro fantasmi, dando ad essi il nome di verità.
Piccola sorella verità, piccola mia sorella, dissacrata come Eluana.
Bisogno dunque di altre parole, di parole impastate paradossalmente di
silenzio, il silenzio del confidarsi. Il bisogno di sentire una voce, prima
ancora e più ancora che sentire parole. Quasi per un bisogno di sentire di
esistere, dentro il vuoto. Un bisogno di sostenersi gli uni gli altri,
dentro la depravazione. Mi colpì in questi giorni un amico. Squilla il
telefono, mi dice: "Sentivo il bisogno della tua voce". Sono, questi, giorni
in cui sentiamo il bisogno di voci, il timbro della voce.
Da povero uomo come sono, da povero cristiano in avventura, dentro
l'avventura della vita, mi sono dato un punto di discernimento. Discutibile
fin che vuoi, ma in qualche misura, penso, efficace. Non dico "infallibile",
ma "efficace". Mi sono detto: "quando parlano, osservali, capirai dalla loro
voce, capirai dai loro occhi capirai. Capirai dove vanno i pensieri che li
muovono. Dal tono della loro voce, dalla piega dei loro occhi, capirai ciò
che veramente sta loro a cuore".
Ti dirò di più: anche le pagine scritte, se le ascolti svelano la voce e gli
occhi. Li ho sorpresi in alcuni scritti in questi giorni. Ma se non trovi
pietà, un'umana pietà, né nella voce né negli occhi, non indugiare, cerca
altrove.
Mi sono guardato intorno in questi giorni e mi sono ricordato di Gesù,
vangelo di Giovanni. Era il giorno in cui aveva rischiato le pietre, le
aveva rischiate, dentro lo spazio sacro del tempio, le aveva rischiate dagli
uomini della religione, quelli che la fede l'avviliscono al rango grigio di
un prontuario di norme. "Uscì dal tempio" è scritto, quasi a dire che quando
la religione subisce un tale avvilimento, devi uscire. Cercare altrove.
E il racconto, il racconto della vita, continua per le strade: "e mentre
passava, vide un uomo cieco dalla nascita. E i suoi discepoli lo
interrogarono dicendo: Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché
nascesse cieco?" (Gv 9,1-2). Il verbo "vedere" è al singolare. Giusto il
singolare! Gesù lo vede. Non ditemi che i discepoli lo "videro". Quel povero
cieco per loro era un caso, un caso su cui discutere. Nessuno di loro a
misurare quel dolore degli occhi spenti, un dolore che aveva il tempo di una
vita: dalla nascita. E lui Gesù, infastidito dalle discussioni teologiche,
in cui Dio è assente, perché Dio o è il Dio della compassione o non è! Loro
discutevano il caso. Lui guardava il cieco con compassione, quella che ti
prende per fremito alle viscere.
Ti dirò che ho sentito in questi giorno uomini politici e uomini di chiesa
parlare come quei discepoli: Eluana per loro è un caso, una bandiera
senz'anima, senza più colori. Guardali, ascoltali: parlano con gli occhi
asciutti. I teoremi contano più del dolore. Si permettono -e dovremmo tutti
insorgere per sacra indignazione- parole oscene, dentro l'abisso del dolore.
Parole che feriscono, come lama, il cuore. Parlano senza sapere, senza il
vero sapere che o è sposato alla vita, quella reale o non è. O è sposato
alla compassione o non è. Parlano da fuori, dai palazzi, come nei giorni di
Welby, senza aver visitato, senza essersi seduti ad ascoltare. Non conoscono
case, inseguono disegni, i loro, difendono se stessi con la più spudorata
delle menzogne. Agitano bandiere, senza colore, perché se una donna o un
uomo li defraudi della libertà di decidere, hai tolto tu loro ogni goccia
di sangue, ogni colore, hai tolto loro il sangue e il colore della vita. Mi
è capitato spesso di chiedermi, in giorni come questi che ci tocca di
vivere, se, in assenza di certezze assolute, non dovremmo tutti batterei,
come fa con spirito indomito - faccio un nome tra i tanti - un'amica Roberta
De Monticelli, perché almeno sia salva quest'ultima e prima istanza, quella
della libertà, senza la quale non si è viventi, ma manichini, in mano ai
poteri e ai loro disegni, fantasmi e cortigiani del nulla.
Ho sentito parole oscene, ma ho anche visto immagini per me, dico per me,
oscene. Ho negli occhi da giorni l'immagine di un'autolettiga che esce da
una clinica, presa quasi d'assalto, quasi si trattasse di una preda da
conquistare. Guardavo gli occhi erano induriti dal livore, ho cercato invano
segni di una umana pietà. Si mescolano rosari a urla minacciose, una pietà
senza pietà e dunque spietata. Non ho visto silenzio di pianto. Ho visto
difesa di bandiere. Ho sentito rabbrividendo parole infami, come quelle di
chi gridava: "Lasciatela a noi" quasi si parlasse di una cosa da tenere,
come se Eluana non avesse né padre né madre, come se toccasse ad altri un
possesso, per disconoscimento di padre e di madre. Le grida mi parvero per
un attimo oscene. Dopo tanti discorsi tesi a rivalutare la famiglia, ora
siamo giunti all'esproprio. E, ancora una volta, a chiedermi che cosa sia
mai accaduto per renderei maledettamente senza pietà.
Il conduttore del telegiornale ha dato la notizia: "Eluana è morta". Ho
visto una piega di dolore nei suoi occhi... Ha chiuso la trasmissione.
Beppino Englaro chiede il silenzio. Il capo dello stato chiede il silenzio.
La Bibbia nel libro delle Lamentazioni (3,26) chiede il silenzio: "E' bene
aspettare in silenzio la salvezza del Signore". Gli occhi sono sul
Parlamento, il Senato è in presa diretta. Ha un'occasione di ultima dignità.
Che sia nell'orizzonte, invocato da molti, il minuto di silenzio che viene
chiesto ai senatori? Non fu vero silenzio. Un'occasione di dignità perduta.
Perdonate, ma io non credo al silenzio di chi tace per il breve spazio di un
minuto e poi violenta, né credo alla preghiera di chi mormora al suo Dio e
immediatamente dopo insulta. E' anche vero che non tutti hanno dato questo
squallido esempio. Ma rimane lo spettacolo indecoroso. Mi ritiro. Nel
silenzio.
Ora mi chiedo perché, pensando a Eluana, nella mente mi ritrovi la preghiera
di Adriana Zarri:
Non
mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c'è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un'epigrafe d'erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri. |