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Il lavoro dell'uomo nella luce di Cristo risorto 

Intervento del Card. Tettamanzi alla veglia diocesana dei lavoratori - 2003

 

 Giovanni 21, 1-14
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E` il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un pò del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

 

Carissimi uomini e donne del mondo del lavoro,

dopo l’ascolto della parola evangelica (Giovanni 21,1-14), siamo ora chiamati alla meditazione, cioè a lasciarla risuonare, questa parola, nell’intimo del nostro cuore per ammirarne la bellezza e per accoglierne la grazia e la forza per la nostra fede e per la nostra vita cristiana di impegnati nel mondo del lavoro.  Per la verità, il brano di Giovanni si apre e si sviluppa proprio in rapporto a scene di lavoro e ci offre spunti di grande interesse in merito ai valori e ai problemi del lavoro.

 

«Io vado a pescare». Il lavoro, valore della persona e della società

È Simon Pietro il primo a parlare di lavoro: «Io vado a pescare» (v. 3). E, dopo di lui, sono gli altri suoi compagni a dire: «Veniamo anche noi con te» (ivi).  E così vediamo questi sette discepoli di Gesù che decidono, dopo la sua passione e morte, di riprendere la loro vita normale e quindi di ritornare al lavoro. Come i due discepoli di Emmaus, sembrano dire: speravamo (cfr. Luca 24,21). Sì, noi abbiamo creduto a Cristo e l’abbiamo seguito nella speranza che egli avrebbe liberato Israele. Ma, purtroppo, così non è stato: la sua morte in croce ha concluso definitivamente un capitolo della nostra vita. E allora ritorniamo al lavoro di un tempo, riprendiamo le nostre barche e le nostre reti e andiamo a pescare.

È essenziale riprendere il lavoro, perché questo è l’espressione concreta della propria dignità e autonomia personale e, insieme, una necessità di vita per sé e per la propria famiglia. Riproponiamo l’interrogativo: l’uomo è ancora uomo, veramente e pienamente uomo, se non ha lavoro? E rispondiamo: no! Perché c’è un rapporto essenziale e in qualche modo costitutivo tra l’uomo e il lavoro! Questo è lo “statuto” fondamentale che il Creatore ha impresso sin dalle origini nell’uomo, da lui posto su questa terra con il preciso compito di dominarla (cfr. Genesi 1, 28), coltivando e custodendo il giardino di Eden (cfr. Genesi 2,15). Ma questo giardino va coltivato e custodito non soltanto da ciascuno per se stesso, ma da tutti insieme e per sé e per gli altri. E’ questo il compito sociale e socializzante del lavoro dell’uomo. Non può essere diversamente, se l’uomo è inserito nella società ed è partecipe del suo sviluppo: e questo, innanzi tutto, mediante il lavoro. In tal senso è la società intera che ha bisogno del lavoro per la sua crescita. Di qui l’altro interrogativo: che ne è della società, se non ha lavoro? Non è difficile cogliere questo valore sociale nel brano evangelico che stiamo meditando. Quel «veniamo anche noi con te» con cui i sei discepoli esprimono la volontà di andare insieme a Pietro a pescare, dice anche l’impegno di aiutarsi a vicenda, di collaborare, di dar vita ad una solidarietà concreta nell’impresa della pesca. Di fatto questa collaborazione si rivelerà indispensabile e decisiva nel tirar su la rete riempita da una «grande quantità di pesci» (v. 6), per l’esattezza da «centocinquantatrè grossi pesci» (v. 11).  Ci è chiesto, dunque, di avere una coscienza più viva della dimensione sociale e socializzante del lavoro. Esso non si esaurisce nell’impegno di operare per le proprie necessità, perché è chiamato a produrre per il bene e per l’utilità anche degli altri: di chi ha bisogno, certo; e di chi non è capace, ma chiede aiuto per vivere secondo dignità umana. Ancora: il lavoro è sempre opera di tante persone, in un certo senso è opera di un intero popolo, dove intelligenza, capacità e operosità si fondono tra loro e si trasmettono nel tempo, così che le nuove generazioni ereditano ciò che è stato scoperto e raggiunto dalle generazioni precedenti. Nel nostro lavoro – a ben pensarci – noi utilizziamo, senza saperlo, tesori di sapienza, di genialità, di sacrificio e di dedizione che costituiscono il tessuto vivo della nostra società e la forza della nostra crescita. Dobbiamo esserne coscienti e impegnarci, di conseguenza, ad usare ciò che è stato inventato e trasmesso dagli altri perché tutti, il più possibile tutti, ne possano usufruire sia per il bene proprio che per il bene comune.

 

«Non presero nulla». La “fatica” del lavoro.

Dice l’evangelista: «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla» (v. 3). Pietro e gli altri discepoli riprendono il lavoro, ma con il lavoro ritrovano anche la difficoltà di cui è segnato: il loro lavoro, per tutta la notte, era stato pesante e tuttavia non aveva prodotto alcun frutto. L’aspetto della fatica – e non poche volte della sofferenza –, proprio del lavoro dell’uomo, non rientra certo nello “statuto” del Creatore di cui abbiamo ora detto. Rientra piuttosto nelle conseguenze della colpa dell’uomo, che ha sconvolto l’originario disegno divino. Lo afferma perentoriamente il testo sacro: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Genesi 3, 19). Anche questo è un messaggio da accogliere con attenzione e senso di responsabilità. In realtà, se c’è una fatica inevitabile in ogni lavoro compiuto con impegno e precisione, c’è però anche una fatica d’altra origine, una fatica cioè che deriva da condizioni e situazioni lavorative che, per colpa dell’uomo, non sono rispettose della dignità personale del lavoratore e, quindi, dei suoi diritti e dei suoi doveri. Ma a questo tipo di fatica noi ci ribelliamo. Ci ribelliamo con tutte le nostre forze. Una ribellione, questa, che comunque deve avvenire sempre al di fuori di ideologie e preconcetti ma con l’umiltà e con il coraggio della verità in ogni cosa e di fronte a tutti, e insieme sottraendoci a pressioni interessate e indebite ma nel rispetto leale della libertà di tutti, e dunque nell’impegno di far maturare il più ampio consenso responsabile su come affrontare e risolvere i non pochi e gravi problemi del lavoro. In ultima analisi, proprio questa ribellione alle ingiustizie e alle ferite – morali prima che fisiche – del mondo del lavoro diventa una richiesta di liberazione, di redenzione, di salvezza. Sì, anche il mondo del lavoro ha bisogno di salvezza! E questa salvezza – noi lo confessiamo con la voce della nostra fede – ci viene da Cristo Signore, il Redemptor hominis, colui che salva “tutto” l’uomo, in ogni valore ed esigenza della sua vita, quindi anche nel valore e nell’esigenza del lavoro.

 

«Gettate la rete dalla parte destra». Lavoro, cambiamento e formazione.

Dobbiamo allora guardare al lavoro, con tutti i suoi non facili problemi, nel segno della speranza cristiana. Non siamo mai soli e abbandonati a noi stessi. Certo dobbiamo sollecitare e rendere più viva e forte la solidarietà tra noi, innanzitutto tra gli uomini e le donne del mondo del lavoro. Ma si dà anche un’altra solidarietà: singolare, nuova, umanamente impensabile, eppure reale, concreta, sperimentabile. È quella che ormai lega indissolubilmente Gesù Cristo con l’uomo, con l’uomo lavoratore (cfr. Gaudium et spes, 22).  Ora proprio di questa presenza del Signore Gesù, e in esplicito riferimento al lavoro, ci parla la pagina di vangelo che stiamo meditando. Lui è lì sulla riva del lago di Tiberiade, è lì all’alba: all'alba di una notte faticosa e vuota. È lì, ma non viene riconosciuto (cfr. v. 4). Ma lui non è un estraneo; soprattutto non vuole affatto estraniarsi da loro, dalla loro fatica e dal loro insuccesso. Anzi, la fatica e l’insuccesso dei discepoli diventano occasione per Gesù di intessere un dialogo, di coltivare un rapporto, di proporre una soluzione. Scrive Giovanni: «Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”» (v. 5). Per la verità, lui sa bene che quella notte era stata infruttuosa e non ha bisogno di attendere il “no” dei discepoli. Con questa domanda, Gesù dice tutto il suo desiderio di entrare in rapporto con loro e di farsi partecipe della loro amarezza. Ma lui è il Signore. E per questo li apre alla speranza: una speranza che risveglia, rimette in gioco e sollecita un nuovo impegno dei discepoli, chiedendo loro di fare un altro tentativo, agendo diversamente da come avevano agito prima. Difatti così continua il racconto: «Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la grande quantità di pesci» (v. 6).  Soffermiamoci un momento su questa proposta di Gesù. Come l’avranno presa i discepoli? Forse come una provocazione, una offesa o persino un insulto alla loro grande esperienza di pescatori? La parola di Gesù era comunque un invito a non arrendersi di fronte alla difficoltà, a tentare qualcosa di diverso e di nuovo nel loro lavoro; un invito, dunque, alla tenacia nell’impegno e, nello stesso tempo, al cambiamento coraggioso.  Possiamo rintracciare qui un messaggio anche per noi e per il lavoro così come, sempre più spesso, si viene configurando nelle condizioni attuali della società e del mercato. Siamo in un contesto di profondi e rapidi cambiamenti che fanno sì che anche il lavoro si evolva in continuazione e che il lavoratore si trovi di fronte ad una specie di dilemma: o ti aggiorni e cambi modo di lavorare, anzi lo stesso lavoro, o muori! Di qui la necessità, per “essere alla pari” con i cambiamenti e non soccombere ad essi venendone schiacciati, di crescere in nuove competenze e di possedere nuovi strumenti conoscitivi. Si impone, dunque, una scelta decisa e intelligente di rinnovamento. Si richiede una continua disponibilità a imparare cose muove, ad acquisire nuove conoscenze e tecniche nuove. Si fa sempre più forte il bisogno di dare spazio alla ricerca, allo studio, alla “formazione”. E questa formazione deve costantemente assumere le caratteristiche della “qualificazione”, della “riqualificazione” o, ancor meglio, della “formazione permanente”.  Per questo, oggi soprattutto, il diritto al lavoro coincide con il diritto a possedere conoscenza, tecnica e sapere! E in perfetta corrispondenza a tale diritto si pone il dovere, da parte del lavoratore, di ricorrere a tutti quegli strumenti che lo abilitano ad entrare in questo possesso. A quello del lavoratore, poi, si accompagna un corrispondente dovere da parte della società, delle istituzioni e delle diverse forze sociali, economiche e politiche di garantire allo stesso lavoratore l’effettivo accesso alle nuove conoscenze e alle nuove tecniche. Allo stesso modo, la genialità, la creatività e l’operosità del lavoratore si devono esprimere, prima ancora che in ciò che egli “fa”, in ciò che egli “sa”! Vengono alla mente le profonde e significative parole del libro della Sapienza: «Se la ricchezza è un bene desiderabile in vita, quale ricchezza è più grande della sapienza, la quale tutto produce?» (Sapienza 8,5). Sì, la ricchezza più grande non consiste tanto nei beni materiali, ma in quel bene morale e spirituale che è, appunto, la sapienza: ossia, da un lato la “conoscenza” come primo capitale del lavoro, e dall’altro lato la “interpretazione” secondo verità degli valori e delle autentiche esigenze della vita, giungendo a cogliere il senso stesso dell’esistenza.

 

«È il Signore!». Il lavoro, strada per l’incontro dell’uomo con Cristo risorto e vivo.

Nel brano evangelico incontriamo un altro aspetto particolarmente significativo circa la concezione del lavoro: riguarda la ricerca, il riconoscimento, l’incontro e la comunione con il Signore risorto. È d’indubbio significato il fatto che è proprio nel contesto della fatica della pesca che Gesù risorto appare ai discepoli. Ed è in seguito al successo insperato della pescagione che Giovanni, «quel discepolo che Gesù amava» grida a Pietro: «È il Signore!» (v. 7). E quel grido suscita l’immediata reazione di Pietro, che vuole raggiungere il Maestro. Ora proprio questa esperienza dei discepoli ci dice che anche il lavoro è una strada sulla quale il Signore può essere visto, cercato, raggiunto, incontrato e diventare così il termine di una profonda comunione di amore e di vita. In questo senso, possiamo e dobbiamo parlare di una grande alleanza tra la fede e il lavoro, tra la comunione col Signore che realizziamo nel momento religioso della liturgia e della preghiera e la stessa comunione col Signore che viviamo nel momento umano del lavoro quotidiano.  Così l’obiettivo ultimo che siamo chiamati a perseguire come lavoratori non è solo l’umanizzazione della nostra quotidiana fatica nel lavoro, ma propriamente la cristianizzazione del lavoro stesso. Anzi, è piuttosto questo valore cristiano, di fede e di spiritualità, di cui è interiormente segnato il nostro lavoro la sorgente più viva e la forza più efficace perché il lavoro sia valore veramente e pienamente umano. Anche all’ambito del lavoro va applicata la splendida e perentoria affermazione del Concilio Vaticano II°: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (Gaudium et spes, 41).

 

«Venite a mangiare». Il lavoro fattore di solidarietà universale.

C’è un ultimo tema che il brano evangelico ci suggerisce: il lavoro è premessa e fattore di una nuova e più ampia solidarietà.  Trascinata a terra la rete dopo una pesca straordinariamente fruttuosa, i discepoli si trovano di fronte a una nuova sorpresa, quella di vedere un fuoco di brace con del pesce sopra e del pane. Era il “banchetto” che il Signore aveva già preparato per i suoi. Sì, l’aveva preparato, però non completo: aveva bisogno ancora del contributo dei discepoli. È per questo che Gesù dice loro: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora» (v. 10). Solo a quel punto si può accogliere finalmente in pienezza l’invito dello stesso Signore: «Venite a mangiare» (v. 12). Possiamo vedere in queste parole una parabola significativa di quello che possiamo chiamare ilmisterodel lavoro dell’uomo. Esso è “partecipazione” e, per qualche aspetto, “continuazione” e “completamento” dell’opera creatrice di Dio. Dio, infatti, nella sua bontà ha già preparato ciò di cui l’uomo ha bisogno per vivere e per essere pienamente se stesso; nello stesso tempo però, con finissimo intuito d’amore, vuole affidare all’uomo tutti questi beni e la terra intera perché li custodisca e li coltivi, diventando così anche lui il generoso produttore di ciò che può sfamare ogni uomo o ogni donna. In tal modo, l’uomo, oltre ad essere il fortunato invitato al banchetto che Dio ha preparato, è chiamato a offrire, proprio mediante il lavoro, il suo contributo perché tutti gli uomini possano assidersi allo stesso banchetto e gustare la gioia di una condivisione che ha nel “mangiare insieme” una espressione particolarmente concreta e significativa.  Il «venite a mangiare» è, dunque, l’invito che viene rivolto ad ogni uomo e ad ogni donna, senza alcuna esclusione. Il lavoro viene così finalizzato a costruire una società nella quale i diritti fondamentali sono riconosciuti di fatto ad ogni persona e ad ogni popolo e tutti possono sedere alla stessa tavola, condividendo il pasto comune. Questo significa, in un’epoca come la nostra, che la globalizzazione deve realizzarsi nella solidarietà e senza emarginazioni; significa che i beni e le ricchezze prodotti con il lavoro dell’uomo devono essere ridistribuiti a beneficio di tutti, a iniziare da quanti sono più poveri e bisognosi; significa far sì che il benessere prodotto dal lavoro dell’uomo e che, prima ancora, le stesse conoscenze necessarie per rimanere nel sistema produttivo non possono essere proprietà esclusiva di qualcuno che continua ad accumulare per sé, ma devono essere condivisi con tutti gli uomini e tutte le donne del mondo. Lo esige la verità e lo richiede la giustizia perché – come  ricorda il Papa nell’enciclica Sollicitudo rei socialis (nn. 33 e 42) – ogni persona umana e ogni popolo hanno l’eguale diritto ad assidersi alla mensa del banchetto comune, invece di giacere come il povero Lazzaro fuori della porta, bramoso di sfamarsi di quello che cade dalla mensa del ricco, mentre i cani vengono leccare le sue piaghe (cfr. Luca 16,19-21). 

 

«E si gettò in mare». Andiamo da Gesù e lo preghiamo.

Carissimi, la nostra meditazione sulla pagina di vangelo ci ha aiutato a cogliere il significato e il valore del lavoro dell’uomo nella luce di Cristo risorto. Ora è giunto il momento di fare come Pietro, il quale appena udì che sulla riva c’era il Signore «si gettò in mare» per correre da lui (v. 7). Noi, infatti, sappiamo che lo stesso Signore risorto è qui in mezzo a noi. Finora lo abbiamo ascoltato. Adesso “andiamo da lui” e gli rivolgiamo la nostra parola, che si fa preghiera:
 

Ti ringraziamo, Signore, perché con la tua parola e il tuo esempio ci hai svelato il significato più vero del nostro lavoro. Aiutaci a riconoscerlo come nostra vocazione, a viverlo come espressione della nostra dignità, a svolgerlo con gioia come collaborazione all’opera creatrice del Padre e partecipazione alla tua azione di salvezza.  Tu che ci hai redento anche con la fatica delle tue mani, aiutaci ad accettare serenamente la fatica necessaria per vivere, rendi meno gravoso il nostro lavoro, sorreggi la nostra azione per combattere ed eliminare ogni ingiustizia e ogni oppressione che deturpano la dignità di chi lavora.  Tu che ti fai presente tra noi per donare speranza, rinnova i nostri cuori e le nostre menti, ispira in tutti nuova creatività e desiderio di nuova intrapresa, ricordati di coloro che non hanno lavoro o che vedono minacciato il loro posto di lavoro, perché ritrovino fiducia nella solidarietà dei fratelli e, con l’opera responsabile di tutti, sia loro preparato un futuro migliore.  Tu che tutti ricerchi e da tutti vuoi farti incontrare, fa’ che ogni nostro impegno e ogni nostro atto siano vissuti con spirito cristiano, risultino come sacrificio di lode e di gloria a te e ci aiutino a seguire te sulla via della santità.  Tu che ci inviti a mangiare con te gustando ciò che tu ci hai preparato e portando allo stesso banchetto il frutto del nostro lavoro, accresci in noi il senso della fraternità e della giustizia, apri i nostri cuori e le nostre mani alla solidarietà e fa’ che usiamo a comune vantaggio i beni che possediamo e quelli che noi stessi produciamo con la nostra attività.  E così anche il nostro lavoro concorra a realizzare quei cieli nuovi e quella terra nuova che tu per tutti prepari e a tutti vuoi donare. Amen.