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Giovedì Santo 2018

Preghiamo

O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

 

Dal libro dell’Èsodo 12,1-8.11-14

In quei giorni, il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto: «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”».

 

SALMO Sal 115

Rit: Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza.

Che cosa renderò al Signore,

per tutti i benefici che mi ha fatto?

Alzerò il calice della salvezza

e invocherò il nome del Signore.

 

Agli occhi del Signore è preziosa

la morte dei suoi fedeli.

Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:

tu hai spezzato le mie catene.

 

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento

e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore

davanti a tutto il suo popolo.


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 11,23-26

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

 

IL VOLTO DI DIO SUI MIEI PIEDI. Don Augusto

 La liturgia della sera del Giovedì santo fa solenne memoria di due gesti di Gesù: uno, la lavanda dei piedi, l'altro l'eucaristia  che raduna di domenica in domenica l'assemblea dei cristiani (52 ore su 8760 in un anno. Che fatica, vero?).
La liturgia della parola metterà in atto uno scambio fecondo tra parola e azione perché entrambe si illuminano a vicenda.

Bisogna osservare che il Vangelo di Giovanni non ha il racconto dell'ultima Cena. La sua riflessione sull'eucaristia è legata piuttosto al discorso sul Pane della vita, che segue il racconto della moltiplicazione dei pani (Gv 6). Dice il monaco Enzo Bianchi: «Giovanni forse vedeva nella sua chiesa la patologia di una eucarestia ormai celebrata ovunque, ma che ormai era solo una celebrazione, un segno, non più un riferimento alla realtà quotidiana dell'agape. E allora racconta la lavanda dei piedi che diventa segno e realtà. L'eucarestia è ancora e sempre un segno, un sacramento, non è la realtà. La realtà con cui si consuma veramente la Pasqua è amare gli altri, è lavare i piedi agli altri. E' la carità. L'eucarestia è solo un mezzo, non è un fine. Se l'Eucarestia non mi da la carità non serve a nulla, è un falso, anche se è un sacramento».

 

«Tu non sai ora quello che io faccio,  ma lo capirai dopo».

A quelli che si affliggono per la noia mortale di certe eucarestie e a quelli che hanno esaurito la capacità di lasciarsi sorprendere dal "Mistero della fede", quelli che fanno una “memoria pigra” di Lui[1], Gesù ripete: "Quello che io faccio, ora non lo capisci, ma lo capirai dopo".

Signore, donaci la gioia di aver ancora molto da capire, da capirti.

Giovanni, all'inizio del suo Vangelo (1,10-12), aveva dichiarato di Gesù: "Egli era nel mondo… eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio". I giudei "sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui"(Gv. 12, 37). Ma anche tra gli amici, dice Giovanni, non mancano le incomprensioni gravi (come quella di Giuda) e i malintesi (come quello di Pietro), quasi a ribadire che è necessario un ulteriore elemento rivelatore, un aggiornamento permanente, una pentecoste: "Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Gv. 14,26). Vi sono, nella nostra storia personale, degli eventi in cui intuiamo che sta avvenendo qualcosa di sorprendente pur non comprendendoli pienamente e che, di fatto, ci sarà dato di capire solo più tardi. Spesso si riconosce Dio a cose fatte o, come si dice in gergo biblico, Dio lo si vede di spalle (Esodo 33,23), quando è passato, o dalle sue orme. La celebrazione della Cena pare una liturgia dove non ci sia nulla da capire né niente a cui fare resistenza. Nulla da capire perché il panorama è arcinoto. Nulla da rimostrare di fronte a uno che ti serve, che ti dice di amarti fino alla fine.

Perché Pietro resiste al Rabbi Signore che si china?

Credo di intuirne il motivo: a Pietro era venuto il sospetto che Gesù, con quel gesto, volesse rivelare l'identità di un Dio depotenziato e la conseguente prassi dei discepoli.

Sembra quasi che Pietro, ed io, abbiamo già intuito la conclusione di Gesù: "Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Gv. 13, 13-15). La frase è il corrispettivo invito che troviamo nei sinottici: "Fate questo in memoria di me". Prendete, mangiate, lasciatevi servire e servite: fate tutto questo in memoria di me.

Pietro non era nuovo a questi discorsi: "Gesù, chiamati a sé i discepoli disse:  "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti"(Mt. 10,25-28).

 

Lavarvi i piedi gli uni gli altri.

Che significa questo "lavarsi i piedi a vicenda"? La liturgia lo ha preso alla lettera, con parsimonia, per una sola volta all'anno, nella liturgia del Giovedì santo. Vi immaginate se il rito fosse ripetuto ogni domenica, tanto quanto lo spezzare e mangiare il pane?

Nella chiesa primitiva la prassi usciva dall'ambito liturgico: prima di fare entrare ufficialmente le vedove nell'apposita categoria o associazione delle vedove, si chiedeva "si sanctorum pedes lavit" ("se lava abitualmente i piedi ai fratelli"). Questa era la condizione di ammissibilità in una chiesa che Mons. Tonino Bello chiama "la chiesa del grembiule": "La chiesa che cinge il grembiule con gli abiti tirati su sembra un'immagine un po' troppo servile…Per l'ordinazione sacerdotale, le suore del paese o gli amici ci hanno regalato una cotta, una stola ricamata in oro…ma nessuno ci ha regalato un grembiule, un asciugatoio. Eppure questo è l'unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo. Gesù si alzò e riprese le vesti, ma non depose l'asciugatoio, se lo tenne. Gesù è diacono permanente, è servo a tempo pieno: diaconi permanenti lo siamo tutti"[2].

Certo, il gesto di Gesù si allinea alla tradizione dei gesti profetici, gesti che parlano attraverso lo scandalo o il paradosso e la provocazione davanti agli occhi semichiusi o stupiti della gente. Gesto profetico e quindi simbolico come quello di Geremia che infrange la brocca su ordine del Signore: «Tu spezzerai la brocca sotto gli occhi degli uomini che saranno venuti con te e riferirai loro: Così dice il Signore dell’universo: “Spezzerò questo popolo e questa città, così come si spezza un vaso di terracotta, che non si può più aggiustare”. (Ger. 19,10-11).

Pare difficile anche agli esegeti sapere perché Giovanni (o Gesù) introduce la lavanda dei piedi "dopo" l'inizio della cena, quindi durante il pasto. Il Card. Martin interpretò questa interruzione come una volontaria intenzione di disturbare, di sconvolgere una prassi. Scrive ancora Tonino Bello "L'Eucarestia non sopporta la sedentarietà, la siesta, l'assopimento della digestione. Ci obbliga ad abbandonare la mensa. Ci sollecita a lasciare le nostre cadenze troppo residenziali per farci investire il fuoco che abbiamo ricevuto in gestualità dinamiche e missionarie. Se non ci si alza da tavola, l'Eucarestia rimane un sacramento incompiuto".

Diceva Roger Garaudy[3] in un Convegno ad Assisi: «L’amore, prima di essere un sentimento, è un modo di vivere. Il pane e il vino non sono cose; esistono solo in forza di una comunità umana. Una comunità di lavoro e di scambio. Mangiare questo pane ti impegna. Tu non puoi mangiarlo impunemente»[4].

Ma oltre al valore simbolico, questo gesto di Gesù ha anche una sua portata realistica. Normalmente il padrone di casa offriva all'ospite un catino d'acqua per l'igiene e la purificazione rituale lasciando che fosse l'ospite stesso a lavarsi. Mai il padrone di casa si sarebbe messo a lavare gli invitati e comunque solo uno schiavo non giudeo poteva compiere questo gesto.

Ecco perché Gesù ci chiede: "Capite ciò che vi ho fatto?". Che cosa dobbiamo capire? Giovanni all'inizio del vangelo ha detto "La Sapienza di Dio (il Logos, il Verbo) carne si è fatta "; oggi nella stessa logica dobbiamo capire che: "L'amore (l’agape) si è fatto lavaggio dei piedi". Contro l'inflazione ideologica di Dio ci viene incontro la carne crocifissa di Gesù. Contro un'inflazione ideologica dell'amore, viene incontro a noi il suo aspetto visibile e incarnato nel lavarci vicendevolmente i piedi. Se Gesù è l'incarnazione di Dio, il lavare i piedi altrui è l'incarnazione dell'amore. "Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine", che significa fino alla croce, o fino alla fedeltà totale o fino ad abbassare la sua divinità al basso livello dei nostri puzzolenti piedi. Così d'ora in avanti la misura della mistica sarà quella del livello dei piedi sporchi dei fratelli.

 

Ma perché proprio i piedi?

Possiamo dire che Gesù ha GUARITO i piedi dei discepoli. Nella storia della fede, i piedi sono il simbolo della marcia, del movimento. Così Abramo si mette in cammino e lascia il suo paese, raccogliendo l'invito di Dio: «Cammina alla mia presenza...» (Gen 17,1). Così Mosè lancia il popolo in una grande marcia attraverso il deserto, per raggiun­gere la Terra promessa. Così Elia cammina per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto (1 Re 19), prima di arrivare all'Oreb, il luogo della manifestazione. Così Gesù chiama gli apostoli, dicendo loro: «Seguimi(Mc 2, 14).

L'uomo che si mette in cammino, che si muove in avanti, è il simbolo del discepolo, del credente. Non è casuale, allora, che il primo miracolo compiuto dagli apostoli dopo la risurrezione di Gesù consista proprio nel far camminare un paralitico (Atti 3). Come se la missione della chiesa consistesse nel rendere le persone in grado di andare oltre, di fare un passo in più.

L'uomo che non può camminare è qualcuno che non può seguire, non può rispondere all'appello che lo raggiunge. E quindi rappresenta, in modo simbolico, il nostro peccato (Mc 2, 3). Guarirlo significa, nello stesso tempo, rivelare il perdono che l'ha raggiunto.

Il Nuovo Testamento riporta l'avventura dei due discepoli di Emmaus che vengono raggiunti proprio per strada dal Signore Risorto (Lc 24). E questo ci fa ricordare subito il Dio dell'esodo che «cammina con il suo popolo» (Es 33, 16) e, al contrario, gli idoli che sono dèi falsi perché incapaci di camminare (Salmo 115,7 “hanno piedi e non camminano”).

Parafrasando il Padre Nostro potremmo allora pregare così: "lava (guarisci) a noi tuoi ospiti i nostri piedi, come noi li laviamo ai nostri prossimi".


[1] I.Mancini La lotta e l’eucarestia
[2] La Chiesa del grembiule, Ed. S.Paolo
[3] Ateo, marxista illuminato, filosofo, politico, in dialogo con il mondo cristiano. Morto nel 2012.
[4] La lotta e l’eucarestia, Cittadella,1977