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      PASSIONE DI GESU' secondo il Vangelo di Marco (14,1-15,47)[1]

 

  Tutto il Vangelo di Marco, e più ancora la catechesi sulla Passione-Risurrezione, va ascoltato inseguendo, con curiosa fede, le tre domande: CHI È GESÚ? CHI È IL DISCEPOLO? Ma soprattutto DOVE CI PORTA?

Provaci. Con calma. Lungo tutta la settimana santa. Step by step.

                         

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire.

PASQUA:  La radice linguistica ebraica di PESAH è costituita dalle 3 consonanti PSH che richiama l'azione di "saltare" o " zoppicare". Originariamente era una festa di pastori: veniva celebrata all'inizio della primavera, nel plenilunio, e segnava la partenza per la migrazione  delle greggi. Aveva lo scopo di propiziare la fecondità delle greggi. Era caratterizzata da fretta perche il mattino successivo i pastori dovevano partire. Più tardi la fede israelitica si è servita di questa festa antica di nomadi per inserirvi la memoria (zikkaron) dell'atto salvifico di Jahwè che aveva liberato il popolo dalla schiavitù. Così una festa della natura si trasforma in festa storica. Era la festa per eccellenza e si celebrava solo a Gerusalemme.

Iniziava al tramonto del giorno 14 del mese di Nisan e terminava il 21. Il 14 veniva ucciso l'agnello che veniva consumato nel banchetto pasquale della sera.

AZZIMI:  la festa degli Azzimi, di origine agricola, segnava l'inizio della mietitura dell'orzo ed aveva il carattere di offerta delle primizie dell'orzo a Jahwè. Il 14 di Nisan il padre di famiglia celebrava la "Bedikah", che significa "ispezione" perchè con una lanterna perlustrava la casa alla ricerca di tutti gli avanzi di pane lievitato che dovevano assolutamente sparire. Paolo dirà che anche noi con la Pasqua del Battesimo dobbiamo far sparire tutti gli avanzi del lievito della malizia per diventare noi stessi "azzimi" di fronte al Padre. Gli Azzimi (chiamati in ebraico "Massot") erano pani non lievitati detti anche "pani dell'afflizione" ed erano mangiati per i sette giorni della festa. Quando si introdusse la memoria storica della liberazione, la festa degli Azzimi fu fatta coincidere con quella festa. La festa della Pasqua è dunque la fusione di 3 tradizioni: quella pastorizia, quella agricola e quella storica.

Azzimi, pane senza lievito: Gesù diventa il nuovo pane azzimo, senza il lievito della malizia. Ne nasce una conseguenza per la Chiesa " Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poichè siete azzimi. Infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!" ( 2 Cor. 5,7)

Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro…

LA DONNA DEL PROFUMO. Il fatto di Betania sta al centro di una cornice: all'inizio del brano c'è l'odio dei sacerdoti e degli scribi che cercano il modo di escludere Gesù dalla loro Pasqua; al termine del brano c'è il cedimento del discepolo che accetta di collaborare con loro per la cattura. Al centro c'è questo dolcissimo quadretto di amore contestato della donna per Gesù. L'amore sta al centro.

In Marco la donna è anonima, come in Matteo. Luca presenta un episodio simile in casa di un certo Simone fariseo e la donna viene presentata come prostituta. Giovanni ricorda lo stesso avvenimento ma mette in scena Maria, sorella di Marta e di Lazzaro.

Questa donna infrange il ruolo tradizionale di servizio della mensa ed entra come protagonista in una riunione di maschi e con una azione che fa scandalo.

Tutto quello che aveva per vivere, lei lo ha messo” aveva detto Gesù della povera vedova che aveva buttato l'unico suo denaro nella cassetta delle offerte del tempio. Anche qui una donna fa tutto quello che può. I due gesti hanno un fondo comune: il dono totale. La vedova dona tutto il denaro, questa donna dona non solo il profumo preziosissimo che solo i ricchi potevano permettersi, ma anche il vaso di alabastro che viene infranto. La rottura del vaso prezioso è una figura di quello che Gesù farà sulla croce dove il vaso del suo corpo sarà rotto e ne uscirà per tutta la terra il profumo di Dio. C'è dunque un doppio "spreco". Ma il dubbio sulla necessità di questo spreco non riguarda solo l'azione della donna ma anche quella di Gesù: era proprio necessario che si sprecasse così? Non poteva risparmiarsi un po'? Solo Lui capisce lei e solo lei capisce Lui.

 Ciò che essa fa è chiamato "opera bella" che è poi come dire " Evangelo"; quanto essa fa è la realizzazione piena del Vangelo: " Il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l'uomo" (Geremia 31,22). La sposa risponde finalmente all'amore dello sposo che la ama di amore eterno (Geremia 31,3).

Il profumo è un olio: l'unzione da parte della donna è la consacrazione di Gesù oltre come Messia anche come sacerdote, re , profeta, altare e vittima che pure venivano consacrati con l'olio.

In ebraico la parola "profumo" si dice "shemen" e richiama il termine "shem" che significa "nome" che richiama la presenza di Dio in mezzo agli uomini. Sulla croce si espanderà il profumo di Dio e solo lì il Nome di Dio sarà conosciuto e glorificato dai più lontani (il centurione vedendolo morire in quel modo disse : costui è veramente il Figlio di Dio. Marco 15,39). Nel Cantico dei Cantici Dio non è mai nominato direttamente ma solo indirettamente ed il suo nome è "Profumo diffuso"(Cantico 1,3) perchè è amore amante, presente ovunque è amato.

La donna non parla. Gli altri parlano. Lei no. Il racconto ruota intorno a due gruppi di persone: da una parte i sommi sacerdoti, gli scribi, Giuda e tutti gli altri; dall'altra Gesù con la donna e la donna in silenzio e sola con lui. In corrispondenza esistono due gruppi di parole. Da una parte c'è: impadronirsi, inganno, uccidere, tumulto, vendere, denaro, comprare, fremere, dare fastidio; dall'altra c'è alabastro, nardo, rompere , effondere,sprecare, dare, beneficare, opera bella. Con il primo gruppo si può descrivere tutta la storia umana, con il secondo si descrive l'opera di Dio in Cristo. I gruppi delle persone e delle parole esprimono due economie opposte: quella di chi si impadronisce e quella di chi dona gratuitamente. Ci sono anche due odori: quello di morte che viene sopraffatto dal profumo dell'amore e della vita.

 Discepolo è colui che diventa come questa donna e ciò sarà possibile solo dopo la passione/risurrezione.

L'episodio della donna serve a Marco per introdurre nel suo racconto la presenza delle donne come testimoni. Nel momento in cui vengono meno i testimoni da lui scelti, la continuità della testimonianza passa alle donne: a questa donna anonima, poi alle donne testimoni della sua morte (15,40) della sepoltura ( 15,47) e della tomba vuota (16,1).

Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.

L'incomprensione: di fronte al gesto gratuito e senza calcolo della donna, vengono introdotti motivi rigidamente economici ed efficientisti. Trecento denari corrispondevano alla paga annuale di un lavoratore. Con trecento denari si poteva assicurare il pane a 500 persone per una settimana. Vale la pena notare la differenza tra due prezzi: i trecento denari sprecati per Gesù dalla donna e i 30 sicli, prezzo di uno schiavo, con cui Giuda vende Gesù.

Gesù dice che lei " ha fatto una cosa bella ": riconosce che Gesù è il vero povero. Dirà Paolo: "Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi perchè voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" ( 2 Corinti 8,9). La povertà non è voluta da Dio: essendo tuttavia una realtà storica innegabile, Gesù apprezza di essere identificato con i poveri in modo che il culto pasquale a lui rivolto non possa mai più essere sganciato da una prassi a favore dei poveri. I poveri e Gesù stanno nella stessa direzione. Chi sa dare in modo gratuito e pazzo a Gesù saprà dare senza calcoli anche ai poveri. Per Gesù e per i poveri occorre produrre l'inatteso, l'imprevedibile, ciò che scandalizza chi amministra l'esistenza propria in modo "prudente", chi economizza.

Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

L'azione di Giuda viene descritta con il verbo “consegnare” che costituisce una parola-chiave nel racconto della Passione e tornerà per 10 volte a scandire le tappe del dramma. Gesù viene consegnato, passato di mano in mano e il primo passaggio avviene per le mani di un amico.

 [12]Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero:  «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?».  [13]Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro:  «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo [14]e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? [15]Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi».».  [16]I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.

Marco intende mostrare come la morte non è semplicemente subìta; Gesù non si attacca passivamente al carro della vita, ma "prepara", nel senso che all'inizio sapeva che certe fedeltà non possono che portare lì dove di fatto si troverà.

La parola "preparare" ricorre 3 volte e la stanza è già "pronta": il verbo "subire" non è un verbo di Cristo nè del cristiano, neanche di chi si alza presto, va al lavoro, torna a casa per portare i pesi della gestione familiare o di chi resta in casa dividendo la giornata sul ritmo delle pulizie e di una barca di figli...Molte volte abbiamo l'impressione di essere fatalmente manovrati dalla vita e di non essere soggetti attivi della storia; Gesù non ha sopportato nè subìto un destino, ma vi ha dato assenso, soprattutto vi ha dato senso. In questo consiste il valore "profetico" della vita di Gesù per il cristiano.

La stanza: kataluma (kata-lumà dal verbo greco "kata-luo” che significa "slegare") è stato tradotto in latino con "coenaculum"(cenacolo) ed è stato caricata di valenze rispettosamente liturgiche e religiose. Di fatto era la stanza dei servi che, dopo aver slegato le bestie dalle some e dai carri, si ritiravano nell'alloggio a loro riservato. Non era dunque la stanza degli ospiti e degli amici, ma la stanza dei servi e degli schiavi.

 La Pasqua di Gesù viene celebrata non in una sala lussuosa ma umile che ricorda molto la stalla della nascita. Non c'è che dire di fronte alle nostre case e alle nostre chiese!

Più che di un luogo fisico si tratta di un luogo teologico: " il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo" ( 1 Cor. 6,19).

 La Pasqua del Signore e della Chiesa va preparata nella "stanza superiore" del nostro cuore dove lui vuole entrare: " Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me ". ( Apocalisse 3,20).

Un uomo portante una brocca d'acqua: il termine "portante una brocca" in greco viene tradotto con bastazon che ai Padri della chiesa primitiva ha richiamato il termine baptizon = colui che battezza; anche la presenza del simbolo dell'acqua, unitamente alla assonanza dei termini che abbiamo confrontato, hanno fatto supporre ai Padri che l'evangelista dei catecumeni volesse ricordare che si accede all'Eucarestia solo attraverso il Battesimo e non solo come sacramento ricevuto una volta per tutte, ma come condizione permanente del discepolo.

 [17]Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. [18]Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse:  «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».  [19]Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro:  «Sono forse io?».  [20]Ed egli disse loro:  «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. [21]Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Bene per quell'uomo se non fosse mai nato!».

Venuta sera: per Marco, abituato a scandire le ore, questa annotazione è importante. Innanzitutto siamo al giovedì sera. Nel calcolo temporale ebraico il giorno iniziava al tramonto della sera precedente. Quindi per loro era già venerdi, cioè il sesto giorno della creazione, il giorno in cui fu creato quell'uomo che, appena creato, fuggì dal suo creatore.

Da quel giorno sembra che Dio avesse fissato l'appuntamento con l'uomo presso questa croce pasquale.

E' sera. Inizia una lunga notte; inizia un giorno di tenebra.

L'espressione tuttavia ricorre parecchie volte in Marco per segnare alcune tappe fondamentali di Gesù[2]. Uno di voi che mangia con me. Si riferisce al Salmo 41 :"Anche l'amico in cui confidavo, anche lui che mangiava il mio pane, mi ha dato un calcio". La passione di Gesù incomincia prima nella Chiesa che altrove. Ciascuno di noi è coinvolto da questo personaggio. Il fatto che gli chiedano "Sono forse io?" significa che nessuno si sente affidabile. L'alibi, con Gesù, non funziona.

Gesù non minaccia. Non dice "Guai!", ma "Ahimè per quell'uomo", cioè " mi dispiace, sento dolore per lui".

 [22]Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo:  «Prendete, questo è il mio corpo».  [23]Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. [24]E disse:  «Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti.

Noi italiani siamo facilmente etichettati all'estero per gli spaghetti, il prosciutto, la pizza, il formaggio parmigiano…. Semplificazione riduttiva. Ma è strano come un cibo qualifichi un popolo e che una persona sia quello che mangia. Noi cristiani dovremmo essere etichettati come «quelli che spezzano e mangiano un pane», si nutrono di una Persona (“Questo è il mio corpo dato...”)». Non è così. Non abbiamo buona salute e le nostre iniziative non dimostrano vitalità e benessere evangelico. Se ci trasci­niamo indeboliti nella nostra vitalità, si deve alla cattiva nutrizione eucaristica.

Noi siamo notoriamente sazi, supervitaminizzati, ammalati di abbondanza, dal fegato intasato per il surplus di cibo. Ma siamo anoressici di Eucaristia.

Noi non prendiamo il pane, perché abbiamo le mani piene d'altro («ha rimandato a mani vuote i ricchi» Lc 1.53). Non prendiamo il pane perché fiutiamo che esso è «spezzato e distribuito, dato». E quell'operazione, la «fractio panis», il dividere il pane, non l'abbiamo ancora imparata. La mimiamo, ma ce ne guardiamo bene che scenda nella realtà!

[26]E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. [27]Gesù disse loro:  «Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. [28]Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».  [29]Allora Pietro gli disse:  «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò».  [30]Gesù gli disse:  «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte».  [31]Ma egli, con grande insistenza, diceva:  «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò».  Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

«Anche se tutti … io no».  Mi fido troppo di me stesso. La realtà è e sarà un’altra: rinnegherò e fuggirò, seguirò ma “da lontano”. Sono un po’ patetico in questa mia affettuosa ma fragile volontà. Comunque mi resta una Sua parola di speranza: “Vi precederò in Galilea”. Che è come se mi dicesse: “Io sarò sempre disposto a riprenderti nella mia comunità”. Mi viene in aiuto Paolo: «E’ quando sono debole che sono forte. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Corinti 12, 9-10).

[32]Giungono intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli dice ai suoi discepoli:  «Sedetevi qui, mentre io pregherò».  [33]Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. [34]Gesù disse loro:  «La mia anima è triste fino alla morte. Sedetevi qui e vegliate». 

Marco è l’evangelista che dedica particolare attenzione ai sentimenti di Gesù. Gesù è solidale con la nostra condizione umana in tutto, paura e angoscia comprese. Gesù si esprime con parole di salmi: “perché ti rattristi, anima mia? Perché ti agiti in me?” (Salmo 42-43). “Io dicevo nel mio sgomento: sono escluso dalla tua presenza. Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera quando a te gridavo aiuto” (salmo 30,23). “Porgi l’orecchio al mio grido, non essere insensibile alle mie lacrime” (salmo 38,13). “Afflitto e sfinito all’estremo, ruggisco per il fremito del mio cuore. Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe, i miei vicini stanno a distanza” (salmo 37,9. 12).

La lettera agli ebrei scrive: “nei giorni della sua vita terrena e gli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. (Ebrei 5,7-8).

[35]Poi, andato un pò innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora. [36]E diceva:  «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».  [37]Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro:  «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola? [38]Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».  [39]Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo la medesima parola. [40]Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.  [41]Venne la terza volta e disse loro:  «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori.

Il racconto è articolato intorno alla figura di Gesù che risulta essere il personaggio centrale. E’ lui soltanto che parla e prende l’iniziativa. Alle sue domande io non trovo neppure una misera giustificazione: «e non sapevano che cosa rispondergli».  Gesù è sempre in movimento, si sposta continuamente mentre io rimango immobile, come pietrificato nella mia posizione iniziale. Soltanto quando arriva il traditore con i soldati, si invertono le posizioni: Gesù rimane fermo mentre io mi muovo per darmi alla fuga.

Gesù si getta a terra e prega: «Abbà=Papà!». Una volta, due volte, tre volte, insistentemente ripeteva "quella medesima parola" (il testo greco scrive al singolare “quella stessa parola”): Abbà. Fino a questo momento, nel Vangelo secondo Marco, non abbiamo mai udito Gesù pronunciare questo nome. Gesù è uno come noi e nello stesso tempo può davvero rivolgersi al Padre dicendo: “Papà a te lascio l’ultima parola!”. Noi siamo stati salvati anche da questa preghiera ripetuta, forse carica di assenza, forse annoiata, forse appassionatamente amante.

Tre volte Gesù aveva detto di vegliare (in 13, 33-37) e puntualmente per tre volte dormono; ma anche per tre volte viene a svegliarli perché colgano tra un sonno e l’altro qualche briciola del suo rapporto col Padre. Sullo sfondo di questo testo evangelico potrebbe starci il Cantico dei Cantici: Marco ci consente di ritornare là dove la creatura umana si addormenta, non regge, viene meno, sviene. Al capezzale di questa creatura dormiente (noi chiesa) veglia Gesù l’amante.

[43]E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. [44]Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno:  «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta».  [45]Allora gli si accostò dicendo:  «Rabbì»  e lo baciò. [46]Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono. [47]Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio. [48]Allora Gesù disse loro:  «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. [49]Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!».  [50]Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. [51]Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo afferrarono. [52]Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.

Giuda, uno dei dodici; uno di noi? Io che metto la mano nel suo piatto ogni domenica e lo bacio con una fede adorante tremendamente ambigua e lo proclamo Maestro quando ascolto il suo Vangelo se corrisponde alle mie idee e attese. Uno dei dodici, uno di noi.

Don Primo Mazzolari nella sera del Giovedì Santo del 1958 a Bozzolo predicava così: «Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!” (Luca 22,48). Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato fratello. Aveva detto nel Cenacolo: non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro».

Tutti tradiscono, non soltanto Giuda:" E tutti abbandonandolo, fuggirono".

Infine una parola su quel giovane che “segue Gesù”, ma che finisce per “fuggire nudo”. Ritornano alla mente le parole del profeta Amos: “Il più coraggioso tra i valorosi fuggirà nudo in quel giorno” (2,15). Forse in filigrana l’evangelista intravede in quell’episodio concreto un’anticipazione simbolica della vicenda dello stesso Cristo. Infatti, Gesù alle guardie che lo stanno arrestando dice: «Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare e non mi avete afferrato (kratéin in greco)» (14,49). Anche del giovane si racconta che «lo afferrarono» (in greco kratéin).

È, però, ulteriormente significativo il termine greco che indica il “lenzuolo”: è una sìndona, cioè la stessa “sindone-lenzuolo” che avvolgerà il corpo di Cristo morto (15,46). E non c’è bisogno di ricordare che anche Gesù nella risurrezione “lascerà cadere” quel lenzuolo e “fuggirà via” nella vita gloriosa (Giovanni 20,5-7). Questa serie di ammiccamenti può essere difficile da comprendere nelle nostre modalità narrative. Diverso è, invece, l’atteggiamento degli autori sacri che intuiscono anche nei segni della quotidianità storica, tracce di un significato più profondo. Questo giovane diventa, perciò, un annunciatore di quella Pasqua di Cristo che sarà proclamata alle donne da «un giovane vestito di una veste bianca» (16,5), messaggero della risurrezione.

[53]Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. [54]Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. [55]Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. [56]Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. [57]Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo: [58] «Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d'uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d'uomo».  [59]Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde. [60]Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all'assemblea, interrogò Gesù dicendo:  «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».  [61]Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli:  «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?».  [62]Gesù rispose:  «Io sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».  [63]Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse:  «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? [64]Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?».  Tutti sentenziarono che era reo di morte. [65]Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli:  «Indovina».  I servi intanto lo percuotevano.  [66]Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote [67]e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse:  «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».  [68]Ma egli negò:  «Non so e non capisco quello che vuoi dire».  Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. [69]E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti:  «Costui è di quelli».  [70]Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro:  «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo».  [71]Ma egli cominciò a imprecare e a giurare:  «Non conosco quell'uomo che voi dite».  [72]Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto:  «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte».  E scoppiò in pianto.

Marco ci sta proponendo in modo sobrio ed essenziale, ma con una forza davvero straordinaria il contenuto decisivo dell'evangelo: Gesù che è il Cristo, il Figlio di Dio.

Gesù dichiara «Io sono!». Questo è il nome santo di Dio: Io sono. E’ così che Dio si è rivelato a Mosè, quando il roveto ardeva senza consumarsi (Es 3,1-6). Sullo sfondo della pagina evangelica c'è proprio il racconto del roveto che brucia e non si consuma. Dinanzi alla vampa, illuminato dalla luce che quel fuoco proietta attorno a sé, Pietro viene meno, perde la faccia; Gesù risponde: Io sono. Pietro risponde: Io non sono.

Tutto gira intorno a due domande.

Una rivolta a Gesù: « Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?».

Una rivolta a me: «Anche tu eri con Gesù». 

E tutto il mistero di quell’uomo di Nazaret sta tra la reazione scandalizzata della mia religione (il sommo sacerdotesi stracciò le vesti e disse:  «Ha bestemmiato!») e la misteriosa proclamazione di un soldato pagano: «Costui era veramente figlio di Dio».

E io e te, in mezzo, imbarazzati tra i nostri «no…non lo conosco…non so chi sia» e i pianti sinceri o liturgici (ma quando mai ho pianto, ricordando la Sua Parola?).

[1]Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato. [2]Allora Pilato prese a interrogarlo:  «Sei tu il re dei Giudei?».  Ed egli rispose:  «Tu lo dici».  [3]I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse. [4]Pilato lo interrogò di nuovo:  «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!».  [5]Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato. [6]Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta. [7]Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio. [8]La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva. [9]Allora Pilato rispose loro:  «Volete che vi rilasci il re dei Giudei?».  [10]Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. [11]Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. [12]Pilato replicò:  «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?».  [13]Ed essi di nuovo gridarono:  «Crocifiggilo!». [14]Ma Pilato diceva loro:  «Che male ha fatto?».  Allora essi gridarono più forte:  «Crocifiggilo!».  [15]E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. [16]Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. [17]Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. [18]Cominciarono poi a salutarlo:  «Salve, re dei Giudei!».  [19]E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. [20]Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Gesù è il Re-Pastore. Il titolo regale è inseparabile dal titolo pastorale, così in tutta la rivelazione biblica. Il pastore è colui che esercita la sovranità in modo che quella regalità sia davvero motivo di consolazione e di edificazione per le pecore del gregge.

In questo contesto compare un personaggio che porta il nome di Barabba, citato tre volte (vv. 7.11.15). Barabba è un soprannome, vuol dire Bar Abbà, in aramaico figlio di Abbà. Nel Getzemani, Gesù vegliava e pregava invocando: Abbà. Adesso compare un personaggio che si chiama Bar Abbà, figlio del Padre. Un omicida ha trovato un Padre. C'è un titolo di figliolanza che può essere applicato ad ogni creatura umana, per quanto sia desolata, devastata, dispersa nel corso di una storia sbagliata. Per Barabba, omicida, era già pronta la condanna a morte, e invece ora si apre la strada della liberazione. Barabba, una pecora dispersa, rappresenta tutte le pecore disperse. Troveranno un pastore che si prende cura di loro, un agnello divenuto pastore in grado di recuperare le pecore disperse e attirarle a sé. Là dove Gesù invoca, Abbà, un omicida scopre che gli è attribuito il titolo di figlio amato da Dio.

[21]Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce.

[22]Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio, [23]e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. [24]Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. [25]Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. [26]E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. [27]Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. [29]I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano:  «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, [30]salva te stesso scendendo dalla croce!».  [31]Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano:  «Ha salvato altri, non può salvare se stesso! [32]Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo».  E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. [33]Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.[34]Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? [35]Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano:  «Ecco, chiama Elia!».  [36]Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo:  «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». 

[37]Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. [38]Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso. [39]Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:  «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». 

Il Golgota è un cocuzzolo pelato, come un cranio. Gesù è privo di forze, non può reggere un peso come la croce da trascinare fino al Golgota. Quando finalmente sono giunti, lo crocifiggono. "si divisero le sue vesti tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere." Gesù è un uomo denudato; tutto serve a rimarcare la nudità di Gesù. E’ citato il Sal 22: "si divisero le sue vesti tirando a sorte su di esse."

E poi il grido di Gesù (vv. 33-37). Gesù muore gridando, questo grido coincide con il Sal 22: "Eloì, Eloi, lemà sabactani? che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" I presenti non capiscono, ritengono che Gesù stia invocando Elia, ma "Gesù dando un forte grido spirò". Quando Dio parla nel suo linguaggio proprio noi siamo stranieri e non capiamo bene quello che dice.

Il Salmo 22 è il salmo con il quale Gesù prega mentre è agonizzante fino alla morte. Grida e spira.

Nei v 38-39 leggiamo: "Il velo del tempio si squarciò in due dall'alto in basso". Era la tenda che divideva il Tabernacolo (il Santo dei Santi) dal resto del Tempio: è denudata la santità di Dio. Dalla nudità di Gesù alla nudità di Dio.

Nel v. 39, il centurione, un pagano che gli stava di fronte, "vistolo spirare in quel modo, disse: ‘Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!". Durante l’Immersione di Gesù nel Giordano, il Padre interviene direttamente: «Si sentì una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”» (Marco 1,11). Durante la Trasfigurazione, il Padre interviene direttamente: «uscì una voce dalla nube: “Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!”» (Marco 9,7). Qui il Padre affida la sua approvazione alla bocca di un soldato pagano assassino: “Veramente quest'uomo era Figlio di Dio”. Nello stesso Salmo 22 (…che andrebbe letto e pregato tutto intero) al v. 7 l’orante dice: “Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo”. Il Padre ha riconosciuto un verme come suo figlio.

 

I dannati della terra: i cirenei di sempre
Autori Vari, Una comunità legge il Vangelo di Marco, Vol II

C'è tutta una massa di povera gente, che è tagliata fuori dal gioco della storia: è la folla innumerevole di nullatenenti, poveri, affamati, cenciosi e miseri, che popolano quella grande periferia del mondo opulento e del benessere, che è chiamata «terzo mondo». Ma questi famelici e straccioni, che languiscono e vegetano anche nei ghetti e nei bassifondi delle metropoli soprasviluppate e floride. Questi sono inoltre dei «tali che passano», che non contano, non possono e non valgono niente. Sono tutt'al più degli spettatori curiosi; ma non sono mai protagonisti, né della storia del mondo, né della loro storia personale. La loro pigrizia è il riflesso della loro impotenza a cambiare. Anche la loro coscienza è oppressa, paralizzata, addomesticata e muta. Essi sono senza voce e senza parola.

Le varie ideologie e religioni li hanno resi fatalisti, rassegnati e abituati alla situazione di oppressione, in cui si trovano a vivere. Non immaginano neanche che la situazione possa cambiare. D'altra parte sono incatenati a implacabili strutture sociali che non concedono nessuna probabilità di successo ad una eventuale rivoluzione. Nessun urlo di dolore, nessun grido di collera o di rabbia si alza da loro. Non c'è nulla da temere: non sono dei potenziali rivoluzionari e neppure gente che un giorno potrà rivendicare i propri diritti conculcati. Desiderano solo di essere lasciati in pace. Come i morti. Lasciateli portare la loro croce, che è già terribilmente pesante! Ed invece i violenti, i ricchi o i loro lacchè, li requisiscono e li «costringono», li perseguitano, li manipolano e li uccidono. Su di loro si scarica tutta la violenza e l'ingiustizia della storia. C'è una crisi economica? Sono loro a pagare; mentre i privilegiati e gli evasori fiscali portano i loro capitali all'estero. Scoppia una guerra per un contrasto di interessi economici, politici o territoriali? Loro sono la carne da cannone: in tutte le lotte per la supremazia, sono sempre e comunque le vittime! È necessario comprimere la produzione o il consumo? Basta metterli in cassa integrazione o aumentare i prezzi. Sono sempre ridotti ad oggetti, che vivono di luce riflessa: semplici produttori di tutto e puri consumatori del sempre meno necessario. Sono i dannati della terra, i vinti e i falliti della storia, coloro che soffrono senza ragione e senza motivo. Ma perché allora soffrono? È assurdo il loro dolore? Essi sono in realtà gli affamati fornai del mondo, che non possono mai masticare un pezzo di pane; sono gli assetati portatori d'acqua del villaggio, che non possono mai berne un sorso: sono quelli che pagano per tutti, quelli che portano la croce degli altri. Essi portano nella loro carne tutta la negatività del mondo, ma nello stesso tempo hanno il massimo della positività: pagano i costi per tutti. La loro sofferenza è redentrice: Essi portano la stessa croce di Cristo, colui che ha portato la croce degli altri, il male del mondo. Sono il Cristo sempre presente nel mondo, che giudica e salva il mondo. Così il servo sofferente, che cammina sulla via della croce, si prolunga nella presenza degli uomini: chi ha fame e sete, nudità e malattia, oppressione e umiliazione, è la «carne» in cui il Cristo torna ad abitare e a vivere la sua avventura di servo. E diventa, per chi lo accosta, l'avventura della fede: riconoscere il Cristo nell'apparenza senza gloria dei dannati della terra. Diviene pure solidarietà, che con-soffre, sente in profondità i dolori e condivide la sorte di coloro, con i quali il Cristo si è identificato.


[1] Elaborazione da testi di Pino Stancari; AA.VV Una comunità legge il Vangelo di Marco; Alessandro Pronzato La Passione di Cristo/3; Benoit Standaert Marco/3; Simon Legasse, Marco.

[2] Riunione con i malati (1,32), la manifestazione sul mare ( 6,47), la presa di posizione sul tempio ( 11,11-19), la finale del discorso escatologico (13,35), il momento della sepoltura di Gesù (15,42).