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FAME DI REDENZIONE
(pagine da: Daniele Garota, FAME DI REDENZIONE, Paoline 2005)

In un mondo in cui si continua a tremare a causa di gente armata che da una parte e dall'altra dice di combattere nel nome di Dio, abbiamo finito con l'associare la fede religiosa a ingenuità, quando va bene, e a fanatismo violento, quando va male. Al punto che a emergere - davanti alla proposta di fede - è un sentimento che sta tra l'indifferenza e la pigrizia del conformista. 
Che Dio ci sia o non ci sia, che ci attenda, oppure no, una vita dopo la morte, poco ormai interessa, e se un qualche impulso di fede dovesse qua e là ancora affiorare, lo si tollera purché non esca dalla stretta sfera del privato, come quando uno decidesse di allevare una tigre nel proprio giardino: ognuno creda ciò che vuole, ma a casa sua, e non venga a importunarci oltre.

>>> La fede cristiana no può restare tale se non crede con passione nelle cose ultime: nella seconda venuta di Gesù, nella risurrezione della carne, nel giudizio finale, in cieli nuovi e terre nuove.  
Se un credente dice: impegno sociale, manifestazione per la giustizia e la pace, salvaguardia del creato, pane agli affamati eccetera, dice certamente qualcosa di cri-tiano - perché cristiano è prima di tutto colui che ama Dio che non vede cominciando a prendersi cura del fratello che vede (1 Gv 4,20) - ma non la cosa più importante, perché tutto questo lo potrebbero fare anche coloro che non sono credenti. Ciò che invece spetta a chi ha fede, e soltanto a lui, è prima di tutto l'annuncio di ciò in cui crede, dire a tutti con le parole e con le scelte che fa - con timore e tremore - che c'è un Dio all'inizio e alla fine della storia, un Dio che si è rivelato a noi con parole e immagini ben precise, con promesse di redenzione molto concrete. Questo, non altro, è il «buon deposito» che abita in coloro che credono e che lo sanno, come guardiani testardi, custodire fino alla venuta del Signore (1 Tm 6,20; 2Tm 1,14). Le cose ultime sono come la boccettina d'olio di riserva che le vergini sagge della parabola evangelica presero con sé prima di partire e che tirarono fuori, tra il sonno, per accendere il lume al levarsi del grido (Mt 25,4-7); o come l'olio prezioso custodito nell'orcio sigillato dal gran sacerdote, che - come narra il Talmud (Trattato b. Shabbat 21 b) - i devastatori del Tempio non videro, perché piccolo e nascosto, e che per miracolo ridiede luce al luogo santo per otto giorni di fila anziché uno: a Canukkah è per questo che Israele fa festa.
La speranza ebraica, che sta alle radici del cristianesimo, ha preso inizio quando Dio parlò di liberazione agli oppressi: Dio manifesta di essere santo e al di sopra di tutti gli dèi quando guida con favore il popolo che «ha riscattato» conducendolo con forza alla sua «santa dimora» (Es 15,11-13). Ma in tutto questo c'è un prezzo che è stato pagato e che si deve ancora pagare. Ed è per la consapevolezza di questo prezzo che ogni creatura nata per prima «dal seno materno », di uomo e di animale, andava riscattata nell'antico Israele: essa apparteneva a Dio e soltanto pagando se ne sarebbe capito il prezzo a sua volta pagato dal Creatore per concederla (Es 34,19-20).
Da soli non possiamo riscattarci: al di là di tutto ad attenderei è comunque e sempre una tomba. Se il «vermiciattolo di Giacobbe» e la «larva di Israele» non devono avere più paura, è perché suo go'el, suo «riscattatore », è il «Santo di Israele» (ls 41,14). Solo Dio può strapparci «dalla mano della morte» (Sal 49,16), solo lui libera il povero che grida, il misero che non sa dove trovare aiuto: egli « li riscatterà dalla violenza e dal sopruso », prezioso ai suoi occhi è «il loro sangue» (Sal 72,12-14). Giobbe, con dolori grandi e pelle attaccata alle ossa, lo sente essere vivo quel suo go'el, «che, ultimo, si ergerà sulla polvere! » (Gb 19,25).
Nella speranza cristiana, poi, Dio diventa addirittura uomo « per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Me 10,45). Dio si è fatto carne, iniziando a riscattarci col suo «sangue» (Ap 5,9).
Generazioni di credenti è di questo che hanno saputo essere in attesa, anche se gli è toccato morire prima di vedere coi propri occhi il compiersi delle promesse fatte da Dio. Tanto che la storia potrebbe persino essere vista - per dirla con Paul Ricoeur -come il «cimitero delle promesse non mantenute ».
Ma anche colui che non ha potuto ancora mantenere le sue promesse vive nella pena: questo anche la tradizione ebraica lo dice. Il Messia domandò a Jehoshua' ben Levi: «Come trascorrono il loro tempo i figli di Israele nel mondo dal quale tu giungi? ». E lui: «Sono in continua attesa della tua venuta ». Allora il Messia pianse (R. Graves - R. Patai, I miti ebraici) .
E tuttavia negli abissi nascosti dell'indifferenza e della nevrosi moderna, ormai orfana di Dio, una qualche domanda di senso, magari muta e inconsapevole, rimane. Ed è in questi abissi, in questa inconscia domanda, che può forse attecchire, ed essere in qualche modo riconosciuta credibile, la fede che ha il coraggio delle cose ultime: la fede che chiede anziché rispondere, che inquieta anziché rasserenare, che si fa debole e povera anziché prendere le armi in mano con la pretesa di salvare il mondo. E sebbene emarginata, perché difficile da sostenere - e poco adattabile a un tipo di religiosità potente e civile ben inserita nelle strutture del mondo - è forse questa l'essenza della fede che ci proviene dall'esperienza ebraico-cristiana, una fede che si fa carico del dolore degli uomini, degli animali e delle creature tutte. E che proprio per questo, come hanno detto in tanti, sta alla radice della nostra moderna esigenza di riscatto dalle ingiustizie sociali, dalla malattia e dalla morte. La fede osa forzare i confini del possibile, impedisce al credente di adattarsi, di arrendersi, fino al giorno in cui Dio porterà a compimento ciò che ha promesso. Fino a quel giorno - dice Isaia - guai a darsi pace e guai a dare a Lui pace (Is 62,1.6-7). Il contrario della fede non è la disperazione - perché la disperazione può ancora contenere nel proprio dolore assetato scintille di speranza viva - ma l'indifferenza. Quando ogni domanda, ogni desiderio, ogni bisogno e ogni supplica sono scomparsi, non c'è più possibilità né per la fede, né per la disperazione, semplicemente ci si arrende e ci si accontenta di quel che si ha. Non interessa più la via d'uscita a chi considera il carcere casa sua. Fede è invece incessante lotta e impegnativo cammino in attesa di colui che ha promesso di venire. Ma qualcuno, magari attraverso le vie più povere e paradossali, quel cammino si ostina a percorrerlo, quelle cose impossibili e ultime continua ad attenderle. E lo fa con domande che vanno alla radice delle grandi questioni dell'esistenza umana sulla terra: perché la creazione geme e soffre? Perché si deve morire? Perché il Signore non torna presto come aveva promesso?
Queste domande rendono la vita difficile e inquieta, è vero, ma forse più autentica, più capace di pietà e compassione. Non solo per i propri simili, ma anche per Dio, perché pure Dio soffre e ha bisogno di qualcuno che gli ponga domande di questo genere. 
La fede chiede più che rispondere, invoca, attende, si fa impaziente, solidale con quelli che soffrono e con coloro che sono morti, rende affamati e assetati di giustizia, rende terribilmente esigenti. "Elimina la coscienza angosciata - dice Kierkegaard, citando Lutero - e tu puoi chiudere anche le chiese e farne delle sale da ballo". Il vero nemico della fede oggi - nel nostro mondo ricco e secolarizzato - non è più l'ateismo o la violenza dei tiranni, è piuttosto la prosperità che ci impedisce di comprendere, è la pigra indifferenza del “tutto si equivale”, il recarsi non soltanto in spiaggia, al monte o alla partita, ma anche a Messa ogni domenica, senza più una domanda che ci faccia entrare in cuore almeno una sillaba di quella Parola che Dio ci ha offerto a prezzo di sangue. La fede come domanda di cose ultime, è la fede di chi tempesta la porta di colpi, non quella di chi dorme sonni tranquilli perché tanto se la porta dovesse aprirsi qualcuno ci sarà pure a svegliarci. È la fede di coloro che «gridano giorno e notte» verso Dio e non si sono ancora stancati di aspettare. Una fede che però Gesù stesso dubita di trovare ancora sulla terra nel giorno del suo arrivo (Lc 18,1-8). Perciò la fede che interroga Dio è un giogo che si fa pesantissimo quando i venti dell'incredulità soffiano forte. È forse tornato il tempo di Babele e di Abramo, il tempo della confusione delle lingue e della solitudine del credere. Ma come per miracolo - se si sta dalla parte di colui che è « mite e umile di cuore» - può persino diventare dolce e leggero quel giogo, fino a dare ristoro (Mt 11,28-30). La fede è un miracolo. Dostoevskij, che ha sondato come pochi gli abissi della solitudine e della disperazione umana, mette in bocca a Zosima queste parole: «Se poi tutti ti abbandoneranno e ti scacceranno con violenza, rimasto solo inginocchiati sulla terra e baciala, bagnala delle tue lacrime, e la terra ne sarà fecondata, anche se nessuno ti avrà veduto, né sentito nella tua solitudine. Credi fino all'ultimo, anche se dovesse accadere che tutti sulla terra si sviassero e tu solo rimanessi fedele: anche allora reca la tua offerta a Dio e lodalo, tu, l'unico rimasto. Ma se due come te si incontrano, ecco già tutto un mondo, il mondo dell'amore vivente; abbracciatevi commossi e lodate il Signore: infatti la Sua verità si è compiuta, sia pure in voi due soli ».
Il problema vero non è dunque credere o non credere in Dio. Il credente è abitato dallo Spirito che gli dona quella certezza dalla quale per nessun motivo può prescindere. La lotta è per lui invece tutta interna alla domanda: ci salverà Dio? Ci salverà presto? Davanti a coloro che attendono ragionevolmente per il giorno dopo un giorno come tutti gli altri, l'uomo di fede, dopo aver letto con attenzione i segni dei tempi, sente vibrare una follia tutta interiore che gli fa dire: questa potrebbe anche essere la novissima hora, il «caro ultimo giorno », come lo chiamava Lutero.
Chi evangelizza non è orfano, in lui alberga il Consolatore che sa gemere e invocare il giorno in cui Dio in persona lo incontreremo davvero, in Gesù di Nazaret, in colui che diceva ai suoi amici: « Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l 'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno» (Lc 22,28-30). Esiste forse cosa più «conveniente» di questa (Rm 8,26)? Se abbiamo il coraggio di scendere nell'abisso, dopo le grandi domande di Auschwitz, noi possiamo ancora incontrare Dio, un Dio crocifisso, un Dio che soffre con noi, che aspetta insieme a noi salvezza e riscatto, un Dio dunque che non ci ha ancora abbandonati, e che anche così ridotto può fare, con potenza grande, «molto più di quanto possiamo domandare o pensare» (Ef 3,20).
La salvezza potrebbe essere povera, un resto strappato. La Bibbia ne parla spesso. Gesù ha parla-to di porta stretta e di pochi che si salvano. Ma non per questo sarebbe meno preziosa e Dio sarebbe meno buono. Non è quella di un imperatore, ma quella di un crocifisso, di un uomo angosciato che ci chiede di non lasciarlo solo, di vegliare almeno un'ora con lui, l'immagine di Dio che riusciamo ancora a sentire vicina, dopo tutto quello che è accaduto e accade in ogni istante sulla faccia della terra. 
Se potessimo entrare contemporaneamente, dotati una fortissima sensibilità percettiva, negli ospedali, o nei più angusti angoli della nostra quotidianità, in casa, nei marciapiedi, là dove di giorno ci si affanna a far compere e di notte ci si dedica a droga e prostituzione; oppure potessimo recarci in quelle terre della fame e della sete dove i bambini gridano inutilmente aggrappandosi ai seni asciutti delle madri; o in quei gommoni che sbattono sulle onde sfidando la legge e il buio per buttare sulle nostre coste l'ennesimo carico di sventurati affamati di pane e di sogni; o là dove le vittime implorano l'aguzzino che si diverte a vederle strisciare ai suoi piedi mentre le tortura con le parole e coi ferri. Oppure entrare in quei cimiteri dove le tombe e l'oblio continuano senza requie a inghiottire umanità ogni giorno, dove noi non percepiremmo fame di redenzione?
Ma sono due le cose da conoscere: la fame e il sapere di cosa si ha fame. Se infatti non si conosce ciò che davvero ci manca, si rischia di morire di fame tra serpi e pietre ignorando del tutto colui che potrebbe offrirci pani e pesci (Mt 7,9-10). O addirittura il suo corpo, corpo che è pane: Dio diventato uomo che dalla sua miseria ci offre la sua carne come pane, per dirci la sua fame, affinché avessimo anche noi insieme a lui fame. Di redenzione. Cos'è redenzione? Redenzione è qualcosa che improvvisamente arriva a interrompere ciò che fin qui è stato, per recuperarlo, riscattarlo, salvarlo da cima a fondo. Redenzione è una pietra che a un certo punto si stacca dal monte per mandare in frantumi un gigante d'oro e di ferro coi piedi d'argilla (Dn 2,34-35), una «pietra scartata» che diventa tremenda, perché se ci cadi sopra ti sfracella e se ti cade addosso ti stritola (Mt 21,41.44). Redenzione è opera di un Dio torturato, crocifisso, esiliato, che a un certo punto ritorna con la corona in capo, per regnare sulla terra, finalmente. Redenzione è il Creatore di tutto che decide di riaggiustare come può una creazione che si è rovinata cadendo da un luogo in cui ogni cosa era stata da lui fatta bella e buona. Redenzione è annientamento di quella morte che Dio non ha creato (Sap 1,13). Redenzione è essere finalmente a casa dopo interminabili giorni di esilio, dopo avere penato nella sterminata valle delle lacrime, dopo avere atteso fino allo sfinimento qualcuno che ci liberasse.

Le cose possono radicalmente cambiare in meglio, l'uomo biblico lo sa, perciò può invocare verso Dio dicendo: « Quando mi darai conforto?» (Sal 119,82). Si sa che la mano provvidente di Dio non riesce ad arrivare a tutto, «tutta la creazione geme e sof-fre» (Rm 8,22), e i bambini muoiono di fame senza avere colpa. Ma la promessa dice che le cose non continueranno ad andare così per sempre, che Dio patisce insieme a noi il dolore e la fame di redenzione. La storia della salvezza è lunga e lacerata. A Dio le mani non gliele ha soltanto sporcate la storia, gliele ha pure inchiodate al duro legno: Dio non è solo provvidenza è anche impotenza che grida come il più povero e solo degli uomini. È anche Dio che attende, oltre a essere Dio che viene, Dio che vuole abitare per sempre in mezzo alle sue creature, Dio Immanu-el, «Dio con noi» (ls 7,14.8.10), Dio divenuto «una carne sola» con l'umanità.
La storia non è andata come Dio avrebbe voluto che andasse: ha udito il gemito del suo popolo in Egitto ed è corso a liberarlo, ma che testa dura ave-va quella gente! Ha dovuto mandare profeti, ha dovuto mandare suo Figlio, e poi gli apostoli: tutti morti ammazzati. La storia è colma di sangue innocente versato, di gemito incessante, di martirio, fino a oggi. E Dio dov'è? Dice ancora qualcuno sottovoce in qualche angolo nascosto della terra. 
Chi crede, crede che Dio soffre insieme a ogni sua creatura, e che può ancora intervenire, in ogni momento. E che nessun concetto di non contraddizione, nessun ordine delle necessità cosmi che ed eterne, nessun fato possa impedirgli di donare al mondo il suo potentissimo gesto di salvezza.
Dio non sta in un luogo preciso, non appare nello spazio, ma negli eventi che accadono, e dunque nel tempo e nella storia. E’ Dio della storia. Ci sono momenti in cui la presenza di Dio appena ci sfiora e già ne percepiamo sollievo, ma sono soltanto attimi che ci sprofondano in una nostalgia ancora più grande. Il sabato è stato dato a Israele proprio perché le creature potessero in una «settima parte» della propria vita fare «l'esperienza del paradiso », assaggiare un attimo di eternità, ci ha detto Heschel. Chi riesce a gustare il sapore del sabato prova un grande desiderio del grande sabato promesso. Ed è proprio perché sprigiona il profumo del regno che il sabato è stato concesso. Nel sabato si pregusta il mondo futuro. Arca, tenda, montagna sacra, terra promessa, tempio, tutto è trascurabile di fronte alla grandezza del «giorno del Signore». Israele può vivere senza i suoi luoghi, non può vivere invece senza il suo sabato, il santo tassello del tempo che gli ricorda il giorno della redenzione, il grande sabato che interromperà la storia per inaugurare il tempo eterno del regno di Dio. Nel riposo promesso dobbiamo ancora entrare, perciò ci è stato annunciato «un altro giorno» quale «riposo sabbatico per il popolo di Dio» (Eb 4,8-9).

Pag 106-109
Il credente che guarda con occhio riconoscente lo spettacolo di uno stormo d'uccelli che vola al tramonto, a un certo punto volge ogni attenzione del proprio cuore a questa domanda: perché mentre io guardo con gratitudine questa bellezza che viene da Dio, dei bambini muoiono affogati nelle gelide acque del mare? Se non comprendessimo che la provvidenza di Dio si manifesta sempre insieme a un continuo suo soffrire, non capiremmo affatto l'idea di sofferenza, né quella di provvidenza, né il senso delle catastrofi annunciate per l'ultimo giorno. Il Dio della provvidenza ha la schiena piegata dalla fatica. Come nella favola di Par Lagerkvist, Dio è un vecchio curvo e basso con mani ruvide che non hanno mai smesso di lavorare, un vecchio che alla gran moltitudine dei morti che gli chiedono ragione del tanto dolore della terra e della vita non riesce che a rispondere: «Ho fatto meglio che ho potuto» (Il sorriso eterno). L'uomo nato cieco è guarito da Gesù, ma non con schiocco di dita - un po' come quegli imbonitori che pretendono di guarire in suo nome masse intere a distanza predicando presuntuosi in tivù - ma con estrema fatica. Immaginiamolo il Cristo mentre si inginocchia a sputare per terra: di saliva ne serve per impastare fango sufficiente da spalmare su quegli occhi in attesa. Gesù si sporca le dita, infanga la faccia al cieco e poi gli dice: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato) ». Soltanto alla fine, al ritorno, quell'uomo ci vedrà (Gv 9,6-7). E’ l'immagine più vera del battesimo, dell'essere sepolti come Gesù - dirà Paolo - in attesa di risorgere come Gesù (Rm 6,3-5). Essere battezzati è entrare nella comunità di coloro che attendono ogni giorno tutto dalle mani infangate e ferite di un Dio provvidente e impotente per amore.
Di fronte a una sofferenza subita senza colpa -ha fatto notare Martin Buber - l'uomo di fede sopporta la sofferenza ma non più Dio perché lo si ritiene responsabile di tutto ciò che accade. Ci sono allora due strade: o si rifiuta totalmente il proprio Dio, oppure si comincia a ritenere sbagliata l'immagine che ci si era fatta di lui. Se infatti tutto viene da Dio in ogni momento e il male investe le creature, delle due l'una: o Dio è malvagio, oppure non ha possibilità di agire diversamente, e allora soffre con coloro che soffrono.
Accade così che la sofferenza degli innocenti attraversa e trasforma l'immagine di Dio un po' come fa un fulmine quando attraversa una nuvola. Quando la fiducia in Dio è scossa dalle grandi crisi, la fede cerca di capire perché accade questo se il Dio che sta sopra a tutti gli eventi è buono e potente. Le grandi domande che hanno scosso la storia di Israele, da quelle che appaiono in Geremia e Giobbe, fino ad arrivare ad Auschwitz, rivelano così un mistero secondo il quale il giusto che soffre per amore di Dio e dell'attesa della sua salvezza, si trova accanto un Dio che soffre come lui e insieme a lui. Di Dio non capiremmo nulla se non percepissimo che anch'egli soffre accanto al nostro soffrire. Se davanti a un terremoto che schiaccia e uccide nell'indicibile, prolungato e soffocato dolore un'intera classe di bambini riuniti a scuola, una madre si alza a gridare: dov'è Dio? Noi non abbiamo appigli, noi non possiamo che rispondere: è là, anche lui appeso alla croce. « Dio si rivela a noi perché soffre e perché soffriamo », ha detto Miguel de Unamuno (Del senti-mento tragico della vita). La parte di noi che soffre è la più vicina a Dio perché percepisce ciò che percepisce Dio. Ma se percepisce ciò che percepisce Dio, percepisce allora anche il dolore dei fratelli che soffrono accanto a noi e il dolore delle creature tutte. Chi è amico del Signore deve cercare di sentire i dolori di tutti, patire e gridare insieme a tutti coloro che gridano e soffrono ovunque e in ogni istante.
Se non udiamo più il grido del Golgota è perché siamo sordi e indifferenti, in realtà il Signore non ha mai smesso di gridare la sua domanda al cielo attraverso la bocca dei sofferenti della terra. Perciò dire con enfasi devota e solenne: Dio non ci abbandona mai!, senza darsi nemmeno un morso sulle labbra prima di dirlo, senza tremare nemmeno un po', può essere offesa grave nei confronti di Cristo e dei tanti derelitti che troppo spesso fanno - come lui in croce - esperienza del Dio che invece abbandona.
Bloy ha intuito profondamente questa verità e dice: «Dio è povero e, fino a una certa ora, impotente. Quello che dona, deve prima ottenerlo lui stesso, con sofferenze sconosciute di cui i nostri migliori tormenti non sono che un riflesso» (Diario). Il Dio provvidente è come un padre che si toglie il pane di bocca e soffre la fame pur di salvare i suoi figli. La storia, e ogni interiorità umana, sono campo di battaglia tra il bene e il male, tra Dio e il maligno. E il Dio che sta combattendo è un Dio messo duramente alla prova: soltanto nell'ultima battaglia il capo del serpente verrà schiacciato (Gen 3,15), e il «diavolo », con «la morte e gli Inferi », verranno gettati nello « stagno di fuoco» per sempre (Ap 20,10.14). Senza dolore difficilmente ci accorgeremmo di Dio, senza dolore difficilmente potremmo avvicinarci a lui e al suo dramma. La salute e la prosperità, di per sé beni offerti da Dio possono, paradossalmente, rovesciarsi in sommo male se ci accecano il cuore e la mente: «L'uomo nella prosperità non comprende, / è come gli animali che periscono» (Sal 49,13). Il dramma della storia è il dramma di Dio, di un Dio che non riesce a fare meglio di così, di un Dio che fa il possibile per farsi comprendere, per salvare tutti e non può.
E c'è anche da dire che se non si salva la storia non si salva nemmeno Dio, perché Dio è diventato una carne sola con noi come uno sposo con la sua sposa (Ef 5,32). Se i morti non risorgono Dio resta per sempre in un abisso di cui possiamo sapere ben poco, l'abisso fatto, forse, di quelle tenebre e di quel caos che ricoprivano la terra prima che lo Spirito vi aleggiasse sopra e Dio parlasse (Gen l, l ). Ma con tanto dolore in più, un dolore che Dio non poteva conoscere prima che gli uscisse la creazione di mano: non si soffre che per la persona di cui abbiamo avuto esperienza e che amiamo.
Cos' è sudore di sangue se non dolore di chi ha la forza di assumere su di sé il dolore degli altri? Solo di Cristo si sa che ha potuto sudare sangue, perché era Dio: un uomo si fermerebbe molto prima: «Troppa verità ci intontisce» (Pascal, Pensieri). Quando Gesù cercava di dire ai suoi amici che qualcuno lo avrebbe preso e ammazzato essi non comprendevano, «e avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento»(Lc 9,44-45). Per sapere qualcosa di quella verità lì, Gesù ci ha invitati a fare memoria di lui nello spezzare il pane e nel bere il suo sangue: è un pezzo di carne insanguinata ciò che di Dio può essere presente tra noi ogni giorno fino alla fine del mondo, uno Spirito che geme, un moribondo che rantola nel suo letto d'ospedale, una pagina che riusciamo con fatica ancora a leggere nelle nostre quotidianità.
C'è dunque anche un dolore che è dato da Dio stesso al giusto, ma non dicendogli: soffri! No, ciò che accade è questo: Dio non ne può più di portare tutto il dolore che è necessario portare, fino alla venuta del suo regno, e allora si guarda intorno e dice: chi mi darà una mano? È a quel punto che la scelta può cadere su colui che gli è più vicino, che lo ama di più, che è più disposto a soffrire con lui. Accade così anche tra noi: è la persona che sentiamo essere più buona e vicina quella a cui chiediamo di più, quella che ci comprende meglio e ci aiuta. Ecco il motivo per cui è preziosissimo agli occhi di Dio il dolore di coloro che gli sono fedeli (Sal 116,15). Preziosissimo e insieme pesante, duro: questo infatti anche significa la parola ebraica Jaqar. È nella « carità» che tutto spera e sopporta che Paolo dice di soffrire nella propria carne ciò che ancora manca « ai patimenti di Cristo» (Col 1,24).
Ma il Signore non ha già sofferto abbastanza? No, forse c'è ancora qualcosa che manca. A coloro che tribolano viene chiesto «di pazientare ancora un poco» (Ap 6, Il). Anche su questo de Unamuno ha detto parole forti: «La carità è l'impulso a liberarmi e a liberare tutti i miei simili dal dolore, e a liberarne Dio che tutti ci comprende. Il dolore è una realtà spirituale e la rivelazione più immediata della coscienza, e forse il corpo non ci fu dato che per offrire la possibilità al dolore di manifestarsi» (Del sentimento tragico della vita). Il giusto che soffre per amore del suo Signore è il cireneo che lo aiuta a raggiungere la cima del monte, fino a sentirsi crocifisso con Cristo, fino a sentire che non è più lui a vivere ma il Cristo in lui (Gal 2,20). E non vi è assolutamente nulla di mistico in questo senso, essendo solo partecipazione alle sofferenze del Messia, un aiutarlo a sostenere il peso del percorso, per giungere insieme alla stessa meta.
Ma tutto questo può essere detto soltanto sottovoce e con grande timore, può essere detto soltanto nel proprio dolore e del proprio dolore, perché il dolore degli altri è diventato ormai così ingiusto ed eccessivo che nessuno può arrivare a comprenderlo al di fuori di Dio, e nulla può renderlo accettabile: la massa innocente dei sofferenti, il fanciullo aggredito dal cancro già dentro il grembo della madre rimane - davanti al branco di chi gozzoviglia e muore applaudito nel grasso dei lunghi anni vissuti a godersi la vita - uno degli scandali di cui Dio dovrà comunque rendere conto.
Uno scandalo che può essere meno scandaloso se si ha di fronte un Dio crocifisso, è vero, ma pur sempre uno scandalo. Niente può giustificare il male patito: tutto è scandalo, dall'inizio alla fine, e tutto è perduto se il regno di Dio non viene.

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