|
FAME DI REDENZIONE
(pagine da: Daniele Garota, FAME DI REDENZIONE, Paoline 2005)
In un mondo in cui si continua a tremare a causa di gente armata che da una
parte e dall'altra dice di combattere nel nome di Dio, abbiamo finito con
l'associare la fede religiosa a ingenuità, quando va bene, e a fanatismo
violento, quando va male. Al punto che a emergere - davanti alla proposta di
fede - è un sentimento che sta tra l'indifferenza e la pigrizia del
conformista.
Che Dio ci sia o non ci sia, che ci attenda, oppure no, una vita dopo la
morte, poco ormai interessa, e se un qualche impulso di fede dovesse qua e là
ancora affiorare, lo si tollera purché non esca dalla stretta sfera del
privato, come quando uno decidesse di allevare una tigre nel proprio
giardino: ognuno creda ciò che vuole, ma a casa sua, e non venga a
importunarci oltre.
>>> La fede cristiana no può
restare tale se non crede con passione nelle cose ultime: nella seconda
venuta di Gesù, nella risurrezione della carne, nel giudizio finale, in
cieli nuovi e terre nuove.
Se un credente dice: impegno sociale, manifestazione per la giustizia e la
pace, salvaguardia del creato, pane agli affamati eccetera, dice certamente
qualcosa di cri-tiano - perché cristiano è prima di tutto colui che ama
Dio che non vede cominciando a prendersi cura del fratello che vede (1 Gv
4,20) - ma non la cosa più importante, perché tutto questo lo potrebbero
fare anche coloro che non sono credenti. Ciò che invece spetta a chi ha
fede, e soltanto a lui, è prima di tutto l'annuncio di ciò in cui crede,
dire a tutti con le parole e con le scelte che fa - con timore e tremore -
che c'è un Dio all'inizio e alla fine della storia, un Dio che si è
rivelato a noi con parole e immagini ben precise, con promesse di redenzione
molto concrete. Questo, non altro, è il «buon deposito» che abita in
coloro che credono e che lo sanno, come guardiani testardi, custodire fino
alla venuta del Signore (1 Tm 6,20; 2Tm 1,14). Le cose ultime sono come la
boccettina d'olio di riserva che le vergini sagge della parabola evangelica
presero con sé prima di partire e che tirarono fuori, tra il sonno, per
accendere il lume al levarsi del grido (Mt 25,4-7); o come l'olio prezioso
custodito nell'orcio sigillato dal gran sacerdote, che - come narra il
Talmud (Trattato b. Shabbat 21 b) - i devastatori del Tempio non videro,
perché piccolo e nascosto, e che per miracolo ridiede luce al luogo santo
per otto giorni di fila anziché uno: a Canukkah è per questo che Israele
fa festa.
La speranza ebraica, che sta alle radici del cristianesimo, ha preso inizio
quando Dio parlò di liberazione agli oppressi: Dio manifesta di essere
santo e al di sopra di tutti gli dèi quando guida con favore il popolo che
«ha riscattato» conducendolo con forza alla sua «santa dimora» (Es
15,11-13). Ma in tutto questo c'è un prezzo che è stato pagato e che si
deve ancora pagare. Ed è per la consapevolezza di questo prezzo che ogni
creatura nata per prima «dal seno materno », di uomo e di animale, andava
riscattata nell'antico Israele: essa apparteneva a Dio e soltanto pagando se
ne sarebbe capito il prezzo a sua volta pagato dal Creatore per concederla (Es
34,19-20).
Da soli non possiamo riscattarci: al di là di tutto ad attenderei è
comunque e sempre una tomba. Se il «vermiciattolo di Giacobbe» e la «larva
di Israele» non devono avere più paura, è perché suo go'el, suo «riscattatore
», è il «Santo di Israele» (ls 41,14). Solo Dio può strapparci «dalla
mano della morte» (Sal 49,16), solo lui libera il povero che grida, il
misero che non sa dove trovare aiuto: egli « li riscatterà dalla violenza
e dal sopruso », prezioso ai suoi occhi è «il loro sangue» (Sal
72,12-14). Giobbe, con dolori grandi e pelle attaccata alle ossa, lo sente
essere vivo quel suo go'el, «che, ultimo, si ergerà sulla polvere! » (Gb
19,25).
Nella speranza cristiana, poi, Dio diventa addirittura uomo « per servire e
dare la propria vita in riscatto per molti» (Me 10,45). Dio si è fatto
carne, iniziando a riscattarci col suo «sangue» (Ap 5,9).
Generazioni di credenti è di questo che hanno saputo essere in attesa,
anche se gli è toccato morire prima di vedere coi propri occhi il compiersi
delle promesse fatte da Dio. Tanto che la storia potrebbe persino essere
vista - per dirla con Paul Ricoeur -come il «cimitero delle promesse non
mantenute ».
Ma anche colui che non ha potuto ancora mantenere le sue promesse vive nella
pena: questo anche la tradizione ebraica lo dice. Il Messia domandò a
Jehoshua' ben Levi: «Come trascorrono il loro tempo i figli di Israele nel
mondo dal quale tu giungi? ». E lui: «Sono in continua attesa della tua
venuta ». Allora il Messia pianse (R. Graves - R. Patai, I miti ebraici) .
E tuttavia negli abissi nascosti dell'indifferenza e della nevrosi moderna,
ormai orfana di Dio, una qualche domanda di senso, magari muta e
inconsapevole, rimane. Ed è in questi abissi, in questa inconscia domanda,
che può forse attecchire, ed essere in qualche modo riconosciuta credibile,
la fede che ha il coraggio delle cose ultime: la fede che chiede anziché
rispondere, che inquieta anziché rasserenare, che si fa debole e povera
anziché prendere le armi in mano con la pretesa di salvare il mondo. E
sebbene emarginata, perché difficile da sostenere - e poco adattabile a un
tipo di religiosità potente e civile ben inserita nelle strutture del mondo
- è forse questa l'essenza della fede che ci proviene dall'esperienza
ebraico-cristiana, una fede che si fa carico del dolore degli uomini, degli
animali e delle creature tutte. E che proprio per questo, come hanno detto
in tanti, sta alla radice della nostra moderna esigenza di riscatto dalle
ingiustizie sociali, dalla malattia e dalla morte. La fede osa forzare i
confini del possibile, impedisce al credente di adattarsi, di arrendersi,
fino al giorno in cui Dio porterà a compimento ciò che ha promesso. Fino a
quel giorno - dice Isaia - guai a darsi pace e guai a dare a Lui pace (Is
62,1.6-7). Il contrario della fede non è la disperazione - perché la
disperazione può ancora contenere nel proprio dolore assetato scintille di
speranza viva - ma l'indifferenza. Quando ogni domanda, ogni desiderio, ogni
bisogno e ogni supplica sono scomparsi, non c'è più possibilità né per
la fede, né per la disperazione, semplicemente ci si arrende e ci si
accontenta di quel che si ha. Non interessa più la via d'uscita a chi
considera il carcere casa sua. Fede è invece incessante lotta e impegnativo
cammino in attesa di colui che ha promesso di venire. Ma qualcuno, magari
attraverso le vie più povere e paradossali, quel cammino si ostina a
percorrerlo, quelle cose impossibili e ultime continua ad attenderle. E lo
fa con domande che vanno alla radice delle grandi questioni dell'esistenza
umana sulla terra: perché la creazione geme e soffre? Perché si deve
morire? Perché il Signore non torna presto come aveva promesso?
Queste domande rendono la vita difficile e inquieta, è vero, ma forse più
autentica, più capace di pietà e compassione. Non solo per i propri
simili, ma anche per Dio, perché pure Dio soffre e ha bisogno di qualcuno
che gli ponga domande di questo genere.
La fede chiede più che rispondere, invoca, attende, si fa impaziente,
solidale con quelli che soffrono e con coloro che sono morti, rende affamati
e assetati di giustizia, rende terribilmente esigenti. "Elimina la
coscienza angosciata - dice Kierkegaard, citando Lutero - e tu puoi chiudere
anche le chiese e farne delle sale da ballo". Il vero nemico della fede
oggi - nel nostro mondo ricco e secolarizzato - non è più l'ateismo o la
violenza dei tiranni, è piuttosto la prosperità che ci impedisce di
comprendere, è la pigra indifferenza del “tutto si equivale”, il
recarsi non soltanto in spiaggia, al monte o alla partita, ma anche a Messa
ogni domenica, senza più una domanda che ci faccia entrare in cuore almeno
una sillaba di quella Parola che Dio ci ha offerto a prezzo di sangue. La
fede come domanda di cose ultime, è la fede di chi tempesta la porta di
colpi, non quella di chi dorme sonni tranquilli perché tanto se la porta
dovesse aprirsi qualcuno ci sarà pure a svegliarci. È la fede di coloro
che «gridano giorno e notte» verso Dio e non si sono ancora stancati di
aspettare. Una fede che però Gesù stesso dubita di trovare ancora sulla
terra nel giorno del suo arrivo (Lc 18,1-8). Perciò la fede che interroga
Dio è un giogo che si fa pesantissimo quando i venti dell'incredulità
soffiano forte. È forse tornato il tempo di Babele e di Abramo, il tempo
della confusione delle lingue e della solitudine del credere. Ma come per
miracolo - se si sta dalla parte di colui che è « mite e umile di cuore»
- può persino diventare dolce e leggero quel giogo, fino a dare ristoro (Mt
11,28-30). La fede è un miracolo. Dostoevskij, che ha sondato come pochi
gli abissi della solitudine e della disperazione umana, mette in bocca a
Zosima queste parole: «Se poi tutti ti abbandoneranno e ti scacceranno con
violenza, rimasto solo inginocchiati sulla terra e baciala, bagnala delle
tue lacrime, e la terra ne sarà fecondata, anche se nessuno ti avrà
veduto, né sentito nella tua solitudine. Credi fino all'ultimo, anche se
dovesse accadere che tutti sulla terra si sviassero e tu solo rimanessi
fedele: anche allora reca la tua offerta a Dio e lodalo, tu, l'unico
rimasto. Ma se due come te si incontrano, ecco già tutto un mondo, il mondo
dell'amore vivente; abbracciatevi commossi e lodate il Signore: infatti la
Sua verità si è compiuta, sia pure in voi due soli ».
Il problema vero non è dunque credere o non credere in Dio. Il credente è
abitato dallo Spirito che gli dona quella certezza dalla quale per nessun
motivo può prescindere. La lotta è per lui invece tutta interna alla
domanda: ci salverà Dio? Ci salverà presto? Davanti a coloro che attendono
ragionevolmente per il giorno dopo un giorno come tutti gli altri, l'uomo di
fede, dopo aver letto con attenzione i segni dei tempi, sente vibrare una
follia tutta interiore che gli fa dire: questa potrebbe anche essere la
novissima hora, il «caro ultimo giorno », come lo chiamava Lutero.
Chi evangelizza non è orfano, in lui alberga il Consolatore che sa gemere e
invocare il giorno in cui Dio in persona lo incontreremo davvero, in Gesù
di Nazaret, in colui che diceva ai suoi amici: « Voi siete quelli che avete
perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il
Padre l 'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia
mensa nel mio regno» (Lc 22,28-30). Esiste forse cosa più «conveniente»
di questa (Rm 8,26)? Se abbiamo il coraggio di scendere nell'abisso, dopo le
grandi domande di Auschwitz, noi possiamo ancora incontrare Dio, un Dio
crocifisso, un Dio che soffre con noi, che aspetta insieme a noi salvezza e
riscatto, un Dio dunque che non ci ha ancora abbandonati, e che anche così
ridotto può fare, con potenza grande, «molto più di quanto possiamo
domandare o pensare» (Ef 3,20).
La salvezza potrebbe essere povera, un resto strappato. La Bibbia ne parla
spesso. Gesù ha parla-to di porta stretta e di pochi che si salvano. Ma non
per questo sarebbe meno preziosa e Dio sarebbe meno buono. Non è quella di
un imperatore, ma quella di un crocifisso, di un uomo angosciato che ci
chiede di non lasciarlo solo, di vegliare almeno un'ora con lui, l'immagine
di Dio che riusciamo ancora a sentire vicina, dopo tutto quello che è
accaduto e accade in ogni istante sulla faccia della terra.
Se potessimo entrare contemporaneamente, dotati una fortissima sensibilità
percettiva, negli ospedali, o nei più angusti angoli della nostra
quotidianità, in casa, nei marciapiedi, là dove di giorno ci si affanna a
far compere e di notte ci si dedica a droga e prostituzione; oppure
potessimo recarci in quelle terre della fame e della sete dove i bambini
gridano inutilmente aggrappandosi ai seni asciutti delle madri; o in quei
gommoni che sbattono sulle onde sfidando la legge e il buio per buttare
sulle nostre coste l'ennesimo carico di sventurati affamati di pane e di
sogni; o là dove le vittime implorano l'aguzzino che si diverte a vederle
strisciare ai suoi piedi mentre le tortura con le parole e coi ferri. Oppure
entrare in quei cimiteri dove le tombe e l'oblio continuano senza requie a
inghiottire umanità ogni giorno, dove noi non percepiremmo fame di
redenzione?
Ma sono due le cose da conoscere: la fame e il sapere di cosa si ha fame. Se
infatti non si conosce ciò che davvero ci manca, si rischia di morire di
fame tra serpi e pietre ignorando del tutto colui che potrebbe offrirci pani
e pesci (Mt 7,9-10). O addirittura il suo corpo, corpo che è pane: Dio
diventato uomo che dalla sua miseria ci offre la sua carne come pane, per
dirci la sua fame, affinché avessimo anche noi insieme a lui fame. Di
redenzione. Cos'è redenzione? Redenzione è qualcosa che improvvisamente
arriva a interrompere ciò che fin qui è stato, per recuperarlo,
riscattarlo, salvarlo da cima a fondo. Redenzione è una pietra che a un
certo punto si stacca dal monte per mandare in frantumi un gigante d'oro e
di ferro coi piedi d'argilla (Dn 2,34-35), una «pietra scartata» che
diventa tremenda, perché se ci cadi sopra ti sfracella e se ti cade addosso
ti stritola (Mt 21,41.44). Redenzione è opera di un Dio torturato,
crocifisso, esiliato, che a un certo punto ritorna con la corona in capo,
per regnare sulla terra, finalmente. Redenzione è il Creatore di tutto che
decide di riaggiustare come può una creazione che si è rovinata cadendo da
un luogo in cui ogni cosa era stata da lui fatta bella e buona. Redenzione
è annientamento di quella morte che Dio non ha creato (Sap 1,13).
Redenzione è essere finalmente a casa dopo interminabili giorni di esilio,
dopo avere penato nella sterminata valle delle lacrime, dopo avere atteso
fino allo sfinimento qualcuno che ci liberasse.
Le cose possono radicalmente cambiare in meglio, l'uomo biblico lo sa, perciò
può invocare verso Dio dicendo: « Quando mi darai conforto?» (Sal
119,82). Si sa che la mano provvidente di Dio non riesce ad arrivare a
tutto, «tutta la creazione geme e sof-fre» (Rm 8,22), e i bambini muoiono
di fame senza avere colpa. Ma la promessa dice che le cose non continueranno
ad andare così per sempre, che Dio patisce insieme a noi il dolore e la
fame di redenzione. La storia della salvezza è lunga e lacerata. A Dio le
mani non gliele ha soltanto sporcate la storia, gliele ha pure inchiodate al
duro legno: Dio non è solo provvidenza è anche impotenza che grida come il
più povero e solo degli uomini. È anche Dio che attende, oltre a essere
Dio che viene, Dio che vuole abitare per sempre in mezzo alle sue creature,
Dio Immanu-el, «Dio con noi» (ls 7,14.8.10), Dio divenuto «una carne sola»
con l'umanità.
La storia non è andata come Dio avrebbe voluto che andasse: ha udito il
gemito del suo popolo in Egitto ed è corso a liberarlo, ma che testa dura
ave-va quella gente! Ha dovuto mandare profeti, ha dovuto mandare suo
Figlio, e poi gli apostoli: tutti morti ammazzati. La storia è colma di
sangue innocente versato, di gemito incessante, di martirio, fino a oggi. E
Dio dov'è? Dice ancora qualcuno sottovoce in qualche angolo nascosto della
terra.
Chi crede, crede che Dio soffre insieme a ogni sua creatura, e che può
ancora intervenire, in ogni momento. E che nessun concetto di non
contraddizione, nessun ordine delle necessità cosmi che ed eterne, nessun
fato possa impedirgli di donare al mondo il suo potentissimo gesto di
salvezza.
Dio non sta in un luogo preciso, non appare nello spazio, ma negli eventi
che accadono, e dunque nel tempo e nella storia. E’ Dio della storia. Ci
sono momenti in cui la presenza di Dio appena ci sfiora e già ne percepiamo
sollievo, ma sono soltanto attimi che ci sprofondano in una nostalgia ancora
più grande. Il sabato è stato dato a Israele proprio perché le creature
potessero in una «settima parte» della propria vita fare «l'esperienza
del paradiso », assaggiare un attimo di eternità, ci ha detto Heschel. Chi
riesce a gustare il sapore del sabato prova un grande desiderio del grande
sabato promesso. Ed è proprio perché sprigiona il profumo del regno che il
sabato è stato concesso. Nel sabato si pregusta il mondo futuro. Arca,
tenda, montagna sacra, terra promessa, tempio, tutto è trascurabile di
fronte alla grandezza del «giorno del Signore». Israele può vivere senza
i suoi luoghi, non può vivere invece senza il suo sabato, il santo tassello
del tempo che gli ricorda il giorno della redenzione, il grande sabato che
interromperà la storia per inaugurare il tempo eterno del regno di Dio. Nel
riposo promesso dobbiamo ancora entrare, perciò ci è stato annunciato «un
altro giorno» quale «riposo sabbatico per il popolo di Dio» (Eb 4,8-9).
Pag 106-109
Il credente che guarda con occhio riconoscente lo spettacolo di uno stormo
d'uccelli che vola al tramonto, a un certo punto volge ogni attenzione del
proprio cuore a questa domanda: perché mentre io guardo con gratitudine
questa bellezza che viene da Dio, dei bambini muoiono affogati nelle gelide
acque del mare? Se non comprendessimo che la provvidenza di Dio si manifesta
sempre insieme a un continuo suo soffrire, non capiremmo affatto l'idea di
sofferenza, né quella di provvidenza, né il senso delle catastrofi
annunciate per l'ultimo giorno. Il Dio della provvidenza ha la schiena
piegata dalla fatica. Come nella favola di Par Lagerkvist, Dio è un vecchio
curvo e basso con mani ruvide che non hanno mai smesso di lavorare, un
vecchio che alla gran moltitudine dei morti che gli chiedono ragione del
tanto dolore della terra e della vita non riesce che a rispondere: «Ho
fatto meglio che ho potuto» (Il sorriso eterno). L'uomo nato cieco è
guarito da Gesù, ma non con schiocco di dita - un po' come quegli
imbonitori che pretendono di guarire in suo nome masse intere a distanza
predicando presuntuosi in tivù - ma con estrema fatica. Immaginiamolo il
Cristo mentre si inginocchia a sputare per terra: di saliva ne serve per
impastare fango sufficiente da spalmare su quegli occhi in attesa. Gesù si
sporca le dita, infanga la faccia al cieco e poi gli dice: «Va' a lavarti
nella piscina di Sìloe (che significa Inviato) ». Soltanto alla fine, al
ritorno, quell'uomo ci vedrà (Gv 9,6-7). E’ l'immagine più vera del
battesimo, dell'essere sepolti come Gesù - dirà Paolo - in attesa di
risorgere come Gesù (Rm 6,3-5). Essere battezzati è entrare nella comunità
di coloro che attendono ogni giorno tutto dalle mani infangate e ferite di
un Dio provvidente e impotente per amore.
Di fronte a una sofferenza subita senza colpa -ha fatto notare Martin Buber
- l'uomo di fede sopporta la sofferenza ma non più Dio perché lo si
ritiene responsabile di tutto ciò che accade. Ci sono allora due strade: o
si rifiuta totalmente il proprio Dio, oppure si comincia a ritenere
sbagliata l'immagine che ci si era fatta di lui. Se infatti tutto viene da
Dio in ogni momento e il male investe le creature, delle due l'una: o Dio è
malvagio, oppure non ha possibilità di agire diversamente, e allora soffre
con coloro che soffrono.
Accade così che la sofferenza degli innocenti attraversa e trasforma
l'immagine di Dio un po' come fa un fulmine quando attraversa una nuvola.
Quando la fiducia in Dio è scossa dalle grandi crisi, la fede cerca di
capire perché accade questo se il Dio che sta sopra a tutti gli eventi è
buono e potente. Le grandi domande che hanno scosso la storia di Israele, da
quelle che appaiono in Geremia e Giobbe, fino ad arrivare ad Auschwitz,
rivelano così un mistero secondo il quale il giusto che soffre per amore di
Dio e dell'attesa della sua salvezza, si trova accanto un Dio che soffre
come lui e insieme a lui. Di Dio non capiremmo nulla se non percepissimo che
anch'egli soffre accanto al nostro soffrire. Se davanti a un terremoto che
schiaccia e uccide nell'indicibile, prolungato e soffocato dolore un'intera
classe di bambini riuniti a scuola, una madre si alza a gridare: dov'è Dio?
Noi non abbiamo appigli, noi non possiamo che rispondere: è là, anche lui
appeso alla croce. « Dio si rivela a noi perché soffre e perché soffriamo
», ha detto Miguel de Unamuno (Del senti-mento tragico della vita). La
parte di noi che soffre è la più vicina a Dio perché percepisce ciò che
percepisce Dio. Ma se percepisce ciò che percepisce Dio, percepisce allora
anche il dolore dei fratelli che soffrono accanto a noi e il dolore delle
creature tutte. Chi è amico del Signore deve cercare di sentire i dolori di
tutti, patire e gridare insieme a tutti coloro che gridano e soffrono
ovunque e in ogni istante.
Se non udiamo più il grido del Golgota è perché siamo sordi e
indifferenti, in realtà il Signore non ha mai smesso di gridare la sua
domanda al cielo attraverso la bocca dei sofferenti della terra. Perciò
dire con enfasi devota e solenne: Dio non ci abbandona mai!, senza darsi
nemmeno un morso sulle labbra prima di dirlo, senza tremare nemmeno un po',
può essere offesa grave nei confronti di Cristo e dei tanti derelitti che
troppo spesso fanno - come lui in croce - esperienza del Dio che invece
abbandona.
Bloy ha intuito profondamente questa verità e dice: «Dio è povero e, fino
a una certa ora, impotente. Quello che dona, deve prima ottenerlo lui
stesso, con sofferenze sconosciute di cui i nostri migliori tormenti non
sono che un riflesso» (Diario). Il Dio provvidente è come un padre che si
toglie il pane di bocca e soffre la fame pur di salvare i suoi figli. La
storia, e ogni interiorità umana, sono campo di battaglia tra il bene e il
male, tra Dio e il maligno. E il Dio che sta combattendo è un Dio messo
duramente alla prova: soltanto nell'ultima battaglia il capo del serpente
verrà schiacciato (Gen 3,15), e il «diavolo », con «la morte e gli
Inferi », verranno gettati nello « stagno di fuoco» per sempre (Ap
20,10.14). Senza dolore difficilmente ci accorgeremmo di Dio, senza dolore
difficilmente potremmo avvicinarci a lui e al suo dramma. La salute e la
prosperità, di per sé beni offerti da Dio possono, paradossalmente,
rovesciarsi in sommo male se ci accecano il cuore e la mente: «L'uomo nella
prosperità non comprende, / è come gli animali che periscono» (Sal
49,13). Il dramma della storia è il dramma di Dio, di un Dio che non riesce
a fare meglio di così, di un Dio che fa il possibile per farsi comprendere,
per salvare tutti e non può.
E c'è anche da dire che se non si salva la storia non si salva nemmeno Dio,
perché Dio è diventato una carne sola con noi come uno sposo con la sua
sposa (Ef 5,32). Se i morti non risorgono Dio resta per sempre in un abisso
di cui possiamo sapere ben poco, l'abisso fatto, forse, di quelle tenebre e
di quel caos che ricoprivano la terra prima che lo Spirito vi aleggiasse
sopra e Dio parlasse (Gen l, l ). Ma con tanto dolore in più, un dolore che
Dio non poteva conoscere prima che gli uscisse la creazione di mano: non si
soffre che per la persona di cui abbiamo avuto esperienza e che amiamo.
Cos' è sudore di sangue se non dolore di chi ha la forza di assumere su di
sé il dolore degli altri? Solo di Cristo si sa che ha potuto sudare sangue,
perché era Dio: un uomo si fermerebbe molto prima: «Troppa verità ci
intontisce» (Pascal, Pensieri). Quando Gesù cercava di dire ai suoi amici
che qualcuno lo avrebbe preso e ammazzato essi non comprendevano, «e
avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento»(Lc 9,44-45). Per
sapere qualcosa di quella verità lì, Gesù ci ha invitati a fare memoria
di lui nello spezzare il pane e nel bere il suo sangue: è un pezzo di carne
insanguinata ciò che di Dio può essere presente tra noi ogni giorno fino
alla fine del mondo, uno Spirito che geme, un moribondo che rantola nel suo
letto d'ospedale, una pagina che riusciamo con fatica ancora a leggere nelle
nostre quotidianità.
C'è dunque anche un dolore che è dato da Dio stesso al giusto, ma non
dicendogli: soffri! No, ciò che accade è questo: Dio non ne può più di
portare tutto il dolore che è necessario portare, fino alla venuta del suo
regno, e allora si guarda intorno e dice: chi mi darà una mano? È a quel
punto che la scelta può cadere su colui che gli è più vicino, che lo ama
di più, che è più disposto a soffrire con lui. Accade così anche tra
noi: è la persona che sentiamo essere più buona e vicina quella a cui
chiediamo di più, quella che ci comprende meglio e ci aiuta. Ecco il motivo
per cui è preziosissimo agli occhi di Dio il dolore di coloro che gli sono
fedeli (Sal 116,15). Preziosissimo e insieme pesante, duro: questo infatti
anche significa la parola ebraica
Jaqar. È nella «
carità» che tutto spera e sopporta che Paolo dice di soffrire nella
propria carne ciò che ancora manca « ai patimenti di Cristo» (Col 1,24).
Ma il Signore non ha già sofferto abbastanza? No, forse c'è ancora
qualcosa che manca. A coloro che tribolano viene chiesto «di pazientare
ancora un poco» (Ap 6, Il). Anche su questo de Unamuno ha detto parole
forti: «La carità è l'impulso a liberarmi e a liberare tutti i miei
simili dal dolore, e a liberarne Dio che tutti ci comprende. Il dolore è
una realtà spirituale e la rivelazione più immediata della coscienza, e
forse il corpo non ci fu dato che per offrire la possibilità al dolore di
manifestarsi» (Del sentimento tragico della vita). Il giusto che soffre per
amore del suo Signore è il cireneo che lo aiuta a raggiungere la cima del
monte, fino a sentirsi crocifisso con Cristo, fino a sentire che non è più
lui a vivere ma il Cristo in lui (Gal 2,20). E non vi è assolutamente nulla
di mistico in questo senso, essendo solo partecipazione alle sofferenze del
Messia, un aiutarlo a sostenere il peso del percorso, per giungere insieme
alla stessa meta.
Ma tutto questo può essere detto soltanto sottovoce e con grande timore, può
essere detto soltanto nel proprio dolore e del proprio dolore, perché il
dolore degli altri è diventato ormai così ingiusto ed eccessivo che
nessuno può arrivare a comprenderlo al di fuori di Dio, e nulla può
renderlo accettabile: la massa innocente dei sofferenti, il fanciullo
aggredito dal cancro già dentro il grembo della madre rimane - davanti al
branco di chi gozzoviglia e muore applaudito nel grasso dei lunghi anni
vissuti a godersi la vita - uno degli scandali di cui Dio dovrà comunque
rendere conto.
Uno scandalo che può essere meno scandaloso se si ha di fronte un Dio
crocifisso, è vero, ma pur sempre uno scandalo. Niente può giustificare il
male patito: tutto è scandalo, dall'inizio alla fine, e tutto è perduto se
il regno di Dio non viene.
| chiudi
la finestra |stampa |
|