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AI LIMITI DEL MONDO

SANDRO SPRIANO, cappellano carcere di Rebibbia-Roma.

Il cuore si contorce, e l’anima a lutto...

Ho ancora negli occhi il solco sul collo di Ahouad, del Marocco, provocato dal lenzuolo annodato alle sbarre della cella. Vent’anni non compiuti, si è impiccato al cancello della cella in cui aveva voluto stare isolato. Ahouad avrebbe dovuto uscire liberante proprio in quei giorni, se non gli fosse stata notificata un’altra condanna per furto. Ma si proclamava innocente: il nome del colpevole non era il suo. . . , per lui quel nome era soltanto un alias uno dei tanti nomi che gli stranieri si attribuiscono per sfuggire ai controlli della polizia!

Ho paura perché mi sto abituando anch’io a queste morti annunciate, al rito della ricerca di un parente, alla vista del corpo rinchiuso in un’altra cella come se sussistesse ancora il pericolo di fuga, all’assoluta indifferenza dei compagni di sventura e degli operatori penitenziari!

Siamo ai limiti del mondo vivibile in questo maledetto carcere, pieno di poveri ed emarginati, di ragazzi tossicodipendenti; un po’ ricovero, un po’ ospedale, un po’ asilo infantile, un po’ manicomio..!

Ma quando la sera esco fuori dal carcere sento le tante voci attorno a me: vogliamo sicurezza, non possiamo vivere ogni giorno nella paura, vogliamo stare tranquilli... Risuonano le parole di Ezechiele: “il paese è pieno di assassini e la città è piena di violenza”. E faccio fatica ad intravedere il collegamento tra il nostro bisogno di sicurezza e questo luogo dove la povera gente si incattivisce e uscirà, prima o poi, arrabbiata contro tutta la società e decisa a farcela pagare. Cosa posso fare io? Mi basta vendicarmi per sentirmi più sicuro? Mi sento appagato nella mia sete di giustizia, solo per il fatto di infliggere sofferenza ai colpevoli? Come mi comporto con le vittime dei reati?

Mi ricordo di essere stato battezzato... e allora vado all’ascolto di Gesù Cristo per decidere cosa fare... Le prime parole che mi vengono in mente sono della Lettera agli Ebrei: “Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere”.

E poi ancora dal Libro della Sapienza 11,21; 18,18-19: “Prevalere con la forza, Signore, a te è sempre possibile: chi potrebbe opporsi al potere del tuo braccio? E invece tu hai compassione di tutti. Tu non guardi ai peccati dell’uomo, se non in vista del pentimento... Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza e con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini”.

Le parole di Ezechiele: “Dio non gode per la morte del peccatore, ma vuole che si converta e viva”.

Attingo alla tradizione della Chiesa per ritrovare tanta misericordia e tanta tenerezza espresse nel titoletto che riassume i cinque versetti del Vangelo di Luca: “Uno dei malfattori, che erano stati crocifissi, lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Non hai proprio nessun timore di Dio, tu che stai subendo la stessa condanna? Noi giustamente, perché riceviamo la giusta pena per le nostre azioni, lui invece non ha fatto nulla di male”. Poi aggiunse: “Gesù, ricordati di me, quando verrai nel tuo regno”. Gesù gli rispose: “In verità ti dico: oggi, sarai con me in Paradiso”.

I ladri, gli uomini rapaci, ingiusti, adulteri, le prostitute, gli scippatori, i terroristi, i rapinatori, i drogati, i mafiosi, gli omicidi, i violentatori... tutti i malvagi per i quali noi invochiamo punizione e vendetta possono oggi sperare nella misericordia e nel Paradiso?

Tu, o Signore, non hai chiesto al ladrone il titolo del reato, non hai analizzato l’autenticità del suo pentimento, non ti sei informato su quanti anni di carcere aveva espiato, non ti sei permesso di classificarlo in alcuna delle categorie così care alla nostra mentalità, e avresti avuto anche il diritto di farlo... Per te era buono, perché vedevi il volto di Dio stampato nel suo cuore e nel suo corpo, conoscevi la cura con cui il Padre l’aveva circondato fin dal momento della nascita, un amore spinto fino al punto di entrare nella tua carne. Eri stato mandato per liberare i prigionieri e proclamare l’ultima parola sulla vita dell’uomo: riconciliazione! Oggi c’è ancora misericordia? La misericordia non è un optional per noi battezzati. È un dono gratuito di Dio, scritto nel nostro codice genetico come vocazione propria; non accorgercene e tenerlo rinchiuso, facendo finta che noi siamo soli al mondo, sarebbe un peccato imperdonabile. Ce lo rammenta Gesù nella parabola del buon Samaritano... E quando l’uomo si sente amato comincia nel suo profondo il cammino della conversione che man mano diventa catechesi e testimonianza viva. Le parole che il ladrone indirizza al suo compagno sono di una grandiosa dolcezza persuasiva. Ciò che non avevano saputo fare i discepoli scappati lontano dalla croce esce invece dal cuore e dalla bocca di quell’uomo dalla vita sbagliata. “Neanche tu hai timore di Dio...!”: il ladrone diventa predicatore evangelico, il primo predicatore della Nuova Legge, con l’esempio e la parola.

Quante donne e quanti uomini incontro in carcere con la stessa inquietudine nel cuore. Sono in attesa di un gesto di compassione, di una mano capace di carezze, di qualcuno che proclami in nome di Dio: “lasciati riconciliare”. Quante Pasque prendono il via da queste piccole morti al proprio egoismo e quanta solidarietà nasce al seguito di un gratuito dono d’amore!

Non accontentiamoci più delle splendide liturgie assistite con il vestito della festa, dei gesti di bontà, dell’assistenza ai più poveri, del voler bene ai nostri cari... Se non sapremo far nascere la speranza di vita nuova nel cuore di qualcun altro, se non avremo cancellato un po’ di carcere e nessuno sorriderà per il nostro regalo d’amore non avremo fatto Pasqua!