| chiudi la finestra |stampa |

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Meditazioni sulla Passione Gloriosa secondo Giovanni, capitoli 18 - 19

 

Giovanni non ci descrive l'agonia del Getsemani ma solo l'arresto di Gesù, meglio chiamato «AUTOCONSEGNA» Capitolo 18, 1-3.

a)  «Gesù uscì oltre il torrente Cedron dove c’era un giardino». La scena avviene in un giardino (kepos in greco vuol dire giardino fiorito, verdeggiante). Gesù verrà seppellito in un giardino (Gv 19, 41). Gli antichi Padri della chiesa spontaneamente hanno immaginato che questa fosse un'allusione a quel grande primo giardino nel quale è avvenuta la grande sfida tra il bene e il male davanti a un albero della conoscenza del bene e del male. Gesù entra in un luogo di vita e di fecondità, luogo dove il chicco cade e muore per dare molto frutto (Gv 12,24).

b) In questi primi tre versetti entrano in scena i personaggi. Da una parte c’è Gesù e i discepoli (che sono citati tre volte). Subito dopo si incontra l'altra parte, l'oscurità, costituita da una pattuglia di 600 soldati romani, da una pattuglia di polizia giudaica del tempio, e dai farisei, rappresentanti della Legge-Torà. E’ una mobilitazione generale del “mondo” che rivela la pericolosità di Gesù e l’intensità della violenza messa in campo. All'interno di questa zona d'ombra abbiamo poi la figura di Giuda. Viene con “lanterne, torce e armi” che rappresentano bene “tenebre e morte” che affrontano “luce e vita”: Gv 8, 12: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 

VV.4-11.
a)
     
"chi cercate?". Risposero "Gesù il Nazareno[1]". Disse loro Gesù "IO SONO". Vi era là con loro anche Giuda il traditore. Appena disse "io sono", caddero a terra. Domandò loro di nuovo "chi cercate?". Risposero "Gesù il Nazareno". Gesù replicò "vi ho detto che IO SONO”.   Meglio tradurre "IO SONO"; anzichè "sono io". La dichiarazione assomiglia alla rivelazione del Nome di Dio nell'antico testamento; infatti subito avviene qualcosa di molto simile ad una teofania: tutti piombano a terra nell’adorazione e nel terrore di fronte alla divinità. Quella “trasfigurazione” che Matteo e Marco narrano avvenuta sul Tabor, Giovanni la narra qui e così.
b)
     
"non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.  Dal confronto tra il racconto di Giovanni e quello dei sinottici risulta che i sinottici scrivono "Padre se è possibile passi da me questo calice". Per Giovanni invece il Cristo considera il calice nel suo significato positivo, dolce (Salmo 15,5 «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita»; Salmo 22, 5: «Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; …il mio calice trabocca»).
c)
      
«Gesù replicò:  «Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano».  Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto:  «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».  Se fossero stati presi e condannati anche i suoi, avrebbe voluto dire che la vita la consegnavano per obbligo e violenza. Invece la vita dovranno impararla a darla per amore, consegnandosi volontariamente.
d)
    
«Allora Simon Pietro…»  Pietro entra ed esce in questa Passione-risurrezione, rivelando simbolicamente noi a noi stessi. Ma soprattutto rivelando Gesù in relazione con lui come con noi. Simone è armato. Ha dato la sua adesione a Gesù ma non si è spogliato della propria mentalità.

Il processo giudaico. 18, 12 - 27.

Chi sono i protagonisti?
·
                   
Anna. Il nome è un diminutivo di Jah-nnah (In italiano “Giovanni”) significa “JHWH tenerezza”. È un nome impegnativo portato da un implacabile sommo sacerdote, capo del tribunale religioso detto sinedrio. In Anna c’è la volontà di sapere con chi ha a che fare o anche sapere se esiste una Setta segreta. Gesú risponde chiaramente: “Io ho parlato al mondo in pubblico; ho insegnato nella sinagoga e nel tempio dove si radunano tutti i giudei e non ho detto nulla in segreto”.
·
                   
Poi troviamo un altro strano personaggio chiamato dall'evangelista "l'altro discepolo" che circola liberamente nel palazzo del sacerdote. Chi è questo discepolo?
·
                   
Poi c'è la figura di Pietro con i suoi tre rinnegamenti[2]. Nei vv. 17 e 25 la portinaia e i presenti gli chiedono: «Forse anche tu sei tra i discepoli di quest'uomo?» E al v. 26: un servo del sommo sacerdote gli chiede:«Non ti ho forse visto nel giardino accanto a lui?». Giovanni mette in bocca al servo una frase diversa dagli altri due interroganti; loro lo definiscono come “uno dei discepoli”; Giovanni mette sulla bocca del servo un’altra definizione di Pietro “colui che era accanto a lui”. Dunque “accanto” e non “parte dei discepoli” né tanto meno “con lui”. Infatti Pietro era accanto a Gesù, ma non con lui: forse è esattamente la mia situazione attuale: io lo struscio, ma non lo condivido. I sinottici concludono i rinnegamenti con il suo "pianse amaramente" mentre Giovanni ci farà trovare la conclusione più avanti, nella professione post-pasquale: «Signore tu sai che io ti voglio bene» con un gioco di terminologia teologica e umana sorprendente tra i verbo agapào (ti amo) e il verbo filèo (ti voglio bene) durante il dialogo stretto tra Gesù e Simone.

Il processo romano. 18, 28 - 19,16.

E’ la più lunga, è la scena centrale della Passione ed è complessa, divisibile in sette quadri disposti in modo circolare e cioè, c’è una frase di introduzione: “condussero Gesù da Pilato” che è la frase di entrata che apre il sipario, poi c’è la frase conclusiva che dice:”Pilato consegnò Gesù ai Giudei”. Gesù è consegnato a Pilato,  Pilato lo riconsegna ai Giudei. Al centro sta Gesù incoronato di spine, come Re. Al processo romano davanti a Pilato, Giovanni ha dato molta ampiezza, più degli altri Evangelisti, e il racconto è costruito con una struttura finissima; tutto questo significa che per GV è un racconto molto importante.  Gesù per essere giudicato legalmente deve essere portato dentro la sede del tribunale. I Giudei non possono entrare in un luogo pagano perchè non potrebbero più celebrare la festa imminente. Gesù è dentro, i Giudei sono fuori e Pilato va fuori e dentro. Se seguiamo il movimento di Pilato attraverso i verbi: entrò, uscì, si evidenziano 7 scene, alcune esterne (Pilato parla con la folla) altre interne (Pilato parla con Gesù).  Pilato è il tramite fra Gesù e la folla: non c’è mai un dialogo diretto fra Gesù e la folla. I sette quadri sono disposti con ordine e non a caso:

1° quadro: esterno 18, 29-32: Pilato parla con la folla che vuole che metta la firma per ucciderlo.
2° quadro: interno
18, 33-38a: Pilato parla con Gesù sulla sua identità: “Tu sei Re?”
3° quadro: esterno
18, 38b-40: Pilato parla con la folla ed il tema è l’innocenza di Gesù
4° quadro: centrale
19, 1-3: è una scena atipica. Nè Pilato parla con la folla, nè parla con Gesù, ma è la scena di Gesù vestito come un re da burla, preso in giro; gli danno una canna-scettro, gli mettono in testa una corona e addosso un mantello. Gli dicono: “Salve Re dei Giudei” .
5° quadro: esterno
(parallelo al 3°) 19, 4-8 dove Pilato dice che Gesù è innocente.
6° quadro: interno
(parallelo al 2°) 19, 9-12; il tema è l’identità di Gesù: “da dove vieni?”
7° quadro: esterno
(parallelo al 1°) 19, 13-16 e, come nel 1°, avevano chiesto che Gesù fosse condannato, qui nel 7° quadro, Gesù è condannato.

Sette quadri, di cui uno centrale e gli altri che si dispongono attorno simmetricamente per evidenziare la 4° scena che è quella centrale.
Questo racconto gioca su due piani: piano dell’apparenza e piano della realtà profonda. Secondo l’apparenza è un re da burla, ma nella realtà profonda è vero RE.
Possiamo commentare brevemente i quadri tenendo presente i personaggi (Pilato, Gesù, la folla) e che cosa si sviluppa tra questi tre personaggi. 

1°Quadro: esterno 18,28-32.
·
          
Allora Gesù fu condotto dalla casa dì Caifa al pretorio nel mattino. I Giudei, però, non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter partecipare al banchetto pasquale”. E’ paradossale lo scrupolo di questi Giudei che avrebbero contratto impurità religiosa se fossero entrati in ambienti pagani. Assassini, ma devoti.
·
          
Pilato quindi uscì verso di loro e domandò: quale accusa sostenete contro quest’uomo?”. Qui Pilato si comporta da buon magistrato che non condanna senza conoscere e verificare personalmente la posizione dell’accusato. “Se non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato”. Il sinedrio ha essenzialmente accusato Gesú d’essere il capo politico e religioso degli autonomisti. Pilato considera Cristo un povero esaltato, non un pericolo per Roma, e conclude di non trovare in lui alcuna colpa.
·           “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge, cosa me lo portate a fare”, ma i Giudei replicarono “Noi non possiamo pronunciare una condanna a morte”. Questi Giudei così religiosi e zelanti, al punto di non entrare in un luogo per non contaminarsi, stanno condannando qualcuno che risulterà innocente.

2° Quadro: interno 18,33-38.

- v. 33: “Pilato rientrò nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse: Tu sei il re dei Giudei?

- v. 34: Gesù rispose: Lo dici da te stesso o altri te lo hanno suggerito?”. Quella di Gesù sembra una risposta elusiva. Di fatto quando Gesù è interrogato ribatte spesso con una domanda, perché è Lui che interroga gli altri, per cui costringe Pilato a rispondere:

- v. 35: “e Pilato di rimando: sono forse Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me accusandoti di essere re. Che cosa hai fatto?” Il magistrato ha fatto la domanda giusta. Non deve giudicare per sentito dire, deve vedere che cosa ha fatto.

- v. 36: “Rispose Gesù: Il mio regno non viene DA questo mondo. Se il mio regno venisse DA questo mondo i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è DA quaggiù”: è meglio tradurre letteralmente così. Alcuni traducono: Il mio Regno non è DI questo mondo, magari pensando al paradiso. Invece il suo regno è già IN questo mondo, ma non ne assume le regole e le logiche.

- v. 37 Gli disse dunque Pilato: «Ora dunque sei tu Re?». Rispose Gesù: « Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce>>.  Alla domanda «Tu sei re?» ci aspetteremmo che rispondesse: «per questo sono venuto: per essere re». Invece risponde: «per rendere testimonianza alla verità». Vuol dire che c’è un’identificazione tra “essere re” e “rendere testimonianza alla verità”. Per Gv la VERITA’ significa il piano di Dio, l’amore, la giustizia, la sua volontà.

v. 38a: Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». Pilato non sapendo che cosa è la verità dimostra di “non aver ascoltato la voce di Gesù”: «Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Essere dalla verità significa provenire dalla rivelazione di Gesù.

3° quadro: esterno 18, 38b-40.
«[39]Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?».  [40]Allora essi gridarono di nuovo:  «Non costui, ma Barabba!».  Barabba era un malfattore
. È curioso sapere che il nome ebraico Barabba (Bar abbã) significa Figlio del Padre. Ma il Figlio del Padre per eccellenza è Gesú Cristo.  Barabba era un partigiano politico-religioso contro l’imperatore. L’evangelo di Marco scrive (15,7):  «Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio».  Luca (22, 19): “Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio”.  Deve però trattarsi di semplici disordini provocati in Gerusalemme da pochi zeloti. Barabba è uno dei loro capi come si desume dalla definizione “prigioniero famoso” in Matteo, 27, 16. 
«Non costui, ma Barabba!».
Due riflessioni conseguenti:
1) Se ci liberiamo di Gesù scegliamo un altro, normalmente un idolo; la Bibbia considera l’idolatria come il grande peccato, più ancora che l’ateismo, forse mai possibile secondo la Bibbia.
2) Gesù appare come colui che si sostituisce, innocente, al malfattore e terrorista. Questo balordo è il primo salvato dalla passione gloriosa. 

4° quadro: interno 19, 1-3. E’ la scena centrale.
Giovanni nel prologo dice : E noi abbiamo visto la sua gloria. Qui si rivela il massimo della gloria.
Pilato fa flagellare Gesù; l’uomo flagellato era meno di uno schiavo. Paolo, mentre stanno per flagellarlo, dice “Sono cittadino romano” e la flagellazione non ha luogo. Paolo non è flagellato, Cristo sì. I soldati gli mettono una corona di spine sul capo e addosso il mantello del re, gli vengono davanti e gli fanno una adorazione salutandolo: Salve, re dei giudei. La corona è di spine ma è comunque sempre una corona. In realtà lo hanno proclamato re, gli hanno messo il manto regale, anche se lo hanno fatto per prenderlo in giro. Vengono davanti a lui come, durante il rito della consacrazione del re, venivano i principi e i capi dei popoli gridando : Shalom, re di Gerusalemme ! Ora l’hanno fatto con Gesù. Con questa serie di elementi, Giovanni parla di una vera e propria incoronazione. Per capire questo tipo di regalità non possiamo non richiamarci alle Beatitudini che Giovanni non cita nel suo Evangelo, ma che qui troviamo concentrate/raccontate nella figura di Gesù. Beati i poveri fin dentro il cuore e la fede, beato chi si lascia affliggere per la causa di Dio e dei piccoli, beati i non violenti e miti e misericordiosi, gli affamati di giustizia…
Per suggerire una qualche forma di interpretazione di questa “regalità” cito una pagina di Enzo Bianchi che parla di MINORITA’:«La minorità è un modo di essere e non un modo di parlare o di scrivere. E’ uno stile di vita diffuso, capillare. E’ un metodo relazionale da non confondersi con la falsa modestia, con l’occultamento del proprio ruolo o capacità. La minorità non è una virtù: è un punto di vista sul mondo e su di sè. E’ una “lateralizzazione” di sè rispetto al mondo, un abbandono della posizione di frontalità (o centralità), un mettersi fuori o, piuttosto, ai margini, è un “diventare eccentrici”. Il “farsi piccoli” implica uno stare nel mondo in un certo modo più che un giudizio sul mondo. Il minore è povero non perchè è “meno” degli altri, ma perchè  è portatore di una diversità che non può dar conto compiutamente, persuasivamente, efficacemente, delle sue ragioni; la sua è una povertà argomentativa. Per comprendere il senso di questa scelta abbiamo solo il rovesciamento della logica mondana, il paradosso delle Beatitudini. Essendo un paradosso non si può credibilmente argomentare, persuasivamente formulare, efficacemente comunicare. La ragione non può nulla contro i paradossi e i paradossi sono impotenti e retrocedono di fronte alle argomentazioni. La minorità, come l’amore, vive solo di GESTI, come ha fatto Francesco. La “mimica” di Francesco dello spogliarsi davanti al vescovo è il riconoscimento dell’incapacità del linguaggio di “dire” la minorità che appartiene invece all’orizzonte del comportamento “sine glossa” più che a quello delle dichiarazioni di principio o dei documenti».
Questo è uno degli approcci possibili per capire qualcosa della regalità di Gesù all’interno della sua devastazione e del nostro essere Chiesa “regale”.

5° quadro: esterno 19, 4-8. Ecco l’UOMO.
Dio ricomincia la creazione: “…allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente
[3]. E chi lo  proclama è, senza saperlo, un pagano che lo sta condannando pur dichiarandolo più volte innocente. L’impasto di terra rossa -adamah-[4] è una massa inerte; il soffio vitale infuso dal Signore, fa sorgere dal nulla una nuova creatura.  Dall’adamah, terra o argilla di campo, sorge Adam, fatto di polvere del suolo. Ecco dunque l’uomo che “deve rinascere dall’alto, dallo Spirito”. Ecco il FIGLIO DELL’UOMO.


 
6° quadro: interno 19, 9-12
Il quadro precedente termina con l’accusa dei capi dei giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire perché si è fatto figlio di Dio». Quando dunque Pilato udì questa parola, temette ancora di più.
L’accusa di “malfattore” era un’accusa politica che lo interessava, come può interessare ogni sospetto guerrigliero. Ma questa volta i giudei gli insinuano un’altra faccia della personalità di Gesù: «Si è fatto figlio di Dio». Perché il Vangelo dice che Pilato «ebbe paura»? Forse perché, imbevuto com’era di mitologia e superstizione, teme di trovarsi davanti ad uno dei maghi o semidei del panteon pagano. Infatti gli chiede «Da dove vieni?», qual è la tua origine? E Gesù, che normalmente ci tiene a rispondere a questa domanda, ora tace.  Il silenzio di Dio è la nostra angoscia: «Non restare in silenzio, mio Dio, perché se tu non mi parli io sono come uno che scende nella tomba» (Salmo 28,1). Il silenzio di Dio è la nostra tragedia. Pilato tenta un’altra strada conducendo Gesù sul tema del potere. E Gesù risponde, con una frase unica, a tutte e due le domande: «Io vengo - il mio potere viene - dall’alto». Pilato pare confermarsi che la questione di fondo è solo religiosa e non politica e «cercava di rimetterlo in libertà».
Gv ci tiene a ripetere per 4 volte che Pilato riconosce l’innocenza di Gesù:
- 19, 12 «Da quel momento Pilato cercava di liberarlo».
- 18,38  «Io non trovo in lui nessuna colpa».
- 19,4  «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». 
- 19,6 « io non trovo in lui nessuna colpa».
Sono tentativi disperati dentro una personalità e un potere contraddittori. «E’ innocente»: è una dichiarazione teologica sulla bocca di un impuro; ma, come succede spesso a noi, tra il dire il fare c’è di mezzo l’equivoco di una vita e di interessi da difendere. Pilato sente le minacce della piazza: «Se rimetti in libertà costui non sei amico di Cesare!». Il motivo politico ritorna; Pilato sa che più volte i giudei erano riusciti a far deporre dei funzionari ricorrendo al Senato romano; e l’accusa di non mostrarsi amico dell’imperatore era la minaccia più grave per un romano desideroso di fare carriera.

7° quadro: esterno 19, 13-16.

«[13]Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette sullo scanno, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. [14]Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei:  «Ecco il vostro re!».  [15]Ma quelli gridarono:  «Via, via, crocifiggilo!».  Disse loro Pilato:  «Metterò in croce il vostro re?».  Risposero i sommi sacerdoti:  «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare». Per degli ebrei è bestemmia dire che Cesare è il loro re. La Torah dice che solo Iahweh-Dio è loro Re. Infatti durante la vigilia di Pasqua, Israele faceva e fa ancora questa preghiera al Signore: « Tu, o nostro re, sei Dio in eterno: all’infuori di te, noi non abbiamo nessun re che ci possa aiutare, soccorrere, salvare, redimere, liberare, alimentare ed usar misericordia in qualunque circostanza. No, noi non abbiamo altro re all’infuori di Te, nostro Signore». In quello stesso momento i Sommi sacerdoti, sulla piazza, sono impegnati a dire: Noi non abbiamo altro re all’infuori di Cesare ! Da quel momento il sacerdozio è blasfemo, il sacerdozio di Gerusalemme è finito, ha perso tutta la sua autorevolezza.
 

La crocifissione. 19, 17-22.

Secondo l’espressione di Gregorio di Nissa “la croce è teologa”.

  • Egli portando la croce da séNei Sinottici Gesù viene aiutato da un cireneo perchè Gesù non ce la fa a portare la croce. Mentre per Giovanni non è così: è lui che distribuisce i pani alle folle senza farsi aiutare, è lui che lava i piedi e, qui, è lui che porta la croce. Gesù è un Kyrios, Signore. Per Giovanni la situazione è ancora e sempre in mano Sua.
  • Uscì verso il luogo detto cranio, in ebraico Golgota. Era una piccola collina vicino a Gerusalemme, fuori dalle mura della città, brulla come una testa calva. Ma i Giudei dicevano che lì, su quel monte erano avvenute due cose: lì era morto Adamo, il primo uomo. Lì Abramo aveva sacrificato Isacco.

Giovanni dice che dove è seppellito il primo Adamo va a morire il secondo Adamo. Anche il  “giardino” è tutta una evocazione di Adamo, posto da Dio in un giardino e chiamato a custodirlo. Gesù è il nuovo Isacco della Promessa, capostipite di una numerosa discendenza.

·
        
dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo. Sarebbe stato più che sufficiente dire «lo crocifissero e con lui due altri, uno di qui e uno di là». Giovanni precisa: «…e Gesù nel mezzo». Per Giovanni la posizione del Kyrios è Gesù che sta in mezzo.  Nella risurrezione «venne Gesù, stette in mezzo a loro e disse: Pace a voi». Anche in croce Gesù «sta in mezzo», regna. Quando Gesù è crocifisso comincia ad essere nella posizione centrale, da Signore.

·         Giovanni, a differenza dei sinottici, non definisce questi due con-crocifissi come “malfattori (Mt.), ladroni (Lc)”. Appeso all’albero, Gesù ha preso su di sé la loro (nostra) connotazione iniqua e ci ha resi capaci di essere in-nocenti, in-nocui[5]; Galati 3,13 «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi» o in 2 Cor. 5, 21 «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio».

·         I due siedono a fianco del Figlio dell’Uomo a destra e sinistra della sua gloria come desideravano i figli di Zebedeo (Marco 10, 37 «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»).

·         Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto:  «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». E lo scrive in ebraico, greco e latino, le tre lingue ufficiali di allora. Scrive Paolo (Fil. 2, 9-10): «...per questo Dio lo ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome affinchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, sulla terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre».

·         Per sei volte, nel testo originale greco, ricorre il verbo «scrivere». Il Crocifisso è la settima scrittura, è IL LIBRO dove Dio «ha scritto definitivamente e in modo immodificabile ciò che voleva scrivere». Per questo S.Paolo dice «Io ho ritenuto di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, quello crocifisso» (1 Cor. 2,2).

La missione di Gesù. 19, 23-30.

Gesù innalzato compie la sua missione. Gesù può davvero dire "Tutto è compiuto" perché siamo giunti alla pienezza del disegno del Padre, che è di donarsi all'umanità nel Cristo.
·
        
Ai piedi di questa croce una prima scena ha come protagonista un oggetto di Gesù, il kitòn, la tunica. È una tunica senza cuciture, che non viene squarciata. Verrà giocata ai dadi perché è un tessuto ancora buono. Naturalmente Giovanni vuole che i suoi lettori cerchino di capire significati ulteriori. Dalla Bibbia sappiamo che l'unico che portava una tunica senza cuciture nell'interno del tempio era il sommo sacerdote, secondo le prescrizioni dell'esodo. E quindi Gesù viene visto come se fosse un sacerdote, come dirà la Lettera agli ebrei. Nella Bibbia c’è un episodio particolarmente caro alla tradizione biblica in un momento in cui Israele era stato lacerato come si strappa un vestito. Primo libro dei Re capitolo 11 versetti 29-32: «[29]In quel tempo Geroboamo, uscito da Gerusalemme, incontrò per strada il profeta Achia di Silo, che indossava un mantello nuovo. [30]Achia afferrò il mantello nuovo che indossava e lo lacerò in dodici pezzi. [31]Quindi disse a Geroboamo:  «Prendine dieci pezzi, poiché dice il Signore, Dio di Israele: Ecco lacererò il regno dalla mano di Salomone e ne darò a te dieci tribù».  Questo è il grande scisma della storia di Israele rappresentato dalla veste lacerata. La veste di Cristo invece resta intatta. È una parabola: lo dirà Giovanni 11,52 «egli doveva morire per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi». È la tunica indivisa che viene gettata addosso all'umanità perché ci sia una sola comunità “cattolica”[6] .
·
        
Poi c’è la scena della morte. È la scena centrale. Nella traduzione italiana non si riesce a evidenziare un verbo che in greco viene martellato da Giovanni per tre volte.[28]Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per compiere la Scrittura:  «Ho sete».  [29]Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. [30]E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse:  «Tutto è compiuto!».  E, chinato il capo, donò lo spirito. Dobbiamo dare un'importanza particolare a questo episodio perché per Giovanni è già la Pasqua. Questa  morte sconfitta è una celebrazione. Il verbo greco ripetuto è tetelestai. Il gioco di Giovanni dei due piani è estremamente limpido. Il verbo teleioun, significa «tutto è finito». Per Gesù davvero tutto è finito. E pronuncia quel grido che potrebbe essere un grido disperato, ma agli occhi di Giovanni questo termine acquista un significato sul piano del mistero perché Gesù sa che tutte le cose stanno per «arrivare a pienezza»: non "tutto è finito", ma "tutto è compiuto in pienezza". Nella filigrana di eventi normalissimi si nascondono i segnali non di una fine ma di un fine, di un grande approdo della storia.
E alla fine anche il morire di Gesù non è un morire. Anche la traduzione "spirò" non è una traduzione giusta. Nel testo greco di  Luca (23,46) nella descrizione della morte di Gesù troviamo il verbo dell' esalare lo spirito, del morire: pnein. Pneuma è respiro.
Invece l'espressione usata da Giovanni è un'espressione carica di allusioni: paredoken[7] ton pneuma, donò (consegnò) lo spirito (Spirito). I Vangeli non sono una redazione giornalistica. Gesù consegna Spirito-santo. In quel preciso momento la morte diventa principio della vita e lo spirito si effonderà sulla terra. Cristo dona lo Spirito al Padre nella morte e a noi lo Spirito Salvatore. Morte, Ascensione e Pentecoste coincidono. Per Giovanni non si può narrare l’una senza l’altra. Tutte e tre sono narrabili come RESURREZIONE.

I  segni: croce/trono, ossa, sangue e acqua. 19, 31-37.

 Già dopo la morte di Gesù comincia la sua misteriosa efficacia. Viene contemplato come "agnello di Dio" a cui non si spezzano le ossa, come Agnello che conclude il sacrificio del Tempio e inizia l'era nuova. Viene contemplato come il "nuovo tempio" da cui esce la fontana misteriosa che disseta il mondo. Viene contemplato come il vero sacrificio pasquale e la pienezza della vita sacramentale per la Chiesa. Cominciamo a sciogliere i simboli.
·
Il primo simbolo è un simbolo verticale: la croce che Giovanni considera il trono di Cristo. Ricordiamo che per 12 volte ricorre la parola Re durante la passione. Ricordiamo che l’Evangelo di Luca termina con l'ascensione. Per Giovanni questa “ascensione” accade contemporaneamente alla “elevazione” sul palo della croce. Giovanni 3,13-16: «Nessuno è mai salito al cielo fuor che il figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. Come Mosé innalzò il serpente nel deserto così bisogna che il figlio dell'uomo sia innalzato perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
·
Il secondo segno è il segno delle ossa non spezzate. Ai condannati a morte in croce si effettuava una specie di eutanasia. Si spezzavano le ossa delle gambe perché la morte subentrasse più repentina. A Gesù non vengono spezzate le ossa perché è già morto. Per Giovanni questo gesto diventa particolarmente importante perché questo Cristo con le ossa intatte diventa "l'agnello le cui ossa non dovevano essere spezzate" come dice il libro dell'Esodo (12,46).
·
Il terzo segno è sangue e acqua dal costato.  Giovanni dice che lo hanno colpito al costato. Il testo greco di Giovanni usa il termine pleura che è lo stesso termine usato dal libro della Genesi nella catechesi sulla creazione (Genesi 2,22:«Il Signore Dio plasmò, con il lato che aveva tolta all'uomo, una donna  e la condusse all'uomo»). Forse è la nuova EVA che viene tratta dal costato del nuovo Adamo. Ed esce sangue e acqua. Questo episodio ha per Giovanni un valore particolare ed egli lo commenta probabilmente in maniera allusiva. I suoi ascoltatori correvano col pensiero a Ezechiele cap. 47 o a Zaccaria capitolo 14, 8 quando si immagina che dal lato del tempio esca una acqua freschissima che dilaga fino al deserto di Giuda e precipita verso l’acqua salata del Mar Morto e dove passa tutto fiorisce. È un mondo trasformato. L'acqua è il dono dello Spirito come già aveva dichiarato nel capitolo 7 quando ha detto "se uno ha sete venga a me e beva. Dal suo grembo usciranno fiumi d'acqua viva. Ed egli disse questo intendendo parlare dello Spirito”. Dal costato di Cristo esce quest'acqua che circonda la nostra aridità. Una morte fonte di vita. Ciò costituisce un dono e una sfida per noi che partecipiamo all’Eucaristia domenicale, noi con le nostre porzioni di aridi deserti esistenziali e con le nostre pozzanghere di acqua mortifera e mefitica su cui si distende il mistero di un amore crocifisso. E l’Eucaristia domenicale è anche una vocazione per quel 10% di cristiani di un quartiere che, uscendo dalla celebrazione pasquale, portano con sé - sui luoghi di lavoro, di vita sociale, familiare, relazionale- la risorsa risanante di quella pasqua celebrata.

Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. 19, 38 - 42.

La scena conclude, quasi con un tocco delicato, silenzioso, il dramma della Passione, cioè, il coraggio postumo degli amici. Come primo frutto tenue, delicato, appena embrionale del dramma che è avvenuto, incomincia a rifiorire il coraggio. L'amicizia che Gesù aveva seminato nella sua vita comincia a fruttificare: Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo incominciano a fare qualcosa per Lui. Sta per iniziare quell'opera di ripresa, di rifacimento dei cuori e di consolazione che si manifesterà nei capitoli della Risurrezione.


[1] NAZOREO. Dalla radice linguistica ebraica NESER che significa GERMOGLIO. Isaia 11,1ss: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». Zaccaria 3,8: «ecco, io manderò il mio servo Germoglio». Zaccaria 6,12:«Ecco un uomo che si chiama Germoglio: spunterà da sé e ricostruirà il tempio del Signore».
[2]
La scena richiama la parabola del buon pastore (Gv 10): entrare (10, 1.2.9); recinto (10,1); porta (10,1.2.7.9); portinaio (10,3)
[3] Gn 2,7
[4] ‘Adamah: è il suolo, la terra su cui vivono uomini e animali, è anche l’argilla usata dal vasaio.
[5] Etimologia del termine INNOCENTE: deriva dal latino (IN)NON-NOCENS =colui che non nuoce o innocuo. Quindi dice più riferimento al futuro che al passato. Il perdono non è solo in funzione delle mie “colpe” passate, ma molto più in funzione della ristrutturazione del mio futuro, rendendomi talmente “nuovo nato” (cf. Cap 3: dialogo con Nicodemo) da rendermi quasi impossibile il nuocere.
[6] Etimologia di CATTOLICO: deriva dal greco  katà-olos dove olos significa “tutto intero” o “integrità”.  Il termine “cattolico” viene usato impropriamente per definire un’appartenenza che esclude altri (protestanti, ortodossi, laici…). Di fatto il suo significato è “includente” più che “escludente”.
[7] (dal verbo paradidômi = dare)